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La strategia degli USA per l’Artico

Sailors assigned to the fast-attack submarine USS Connecticut stand watch on the bridge after surfacing in the Arctic Circle during Ice Exercise 2020 in March. U.S. NAVY / Mass Communication Specialist 1st Class Michael B. Zingaro

Lo sguardo della Casa Bianca verso il Polo Nord

L’egemone mondiale guarda all’Artico con un misto di tattica e disillusione. La strategia degli USA per l’Artico è parte del dossier congiunto IARI-Osservatorio Artico “La corsa per il Grande Nord“, scaricabile gratuitamente qui: DOSSIER.

L’aquila nel ghiaccio

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Fonte: www.state.gov

Washington è in ritardo? Questa è la domanda che in molti si pongono sulla questione artica. Rispetto alla Federazione Russa, infatti, gli Stati Uniti possiedono solo due rompighiaccio – a fronte delle decine di imbarcazioni dello stesso tipo battenti bandiera russa.

La Cina appare molto più attiva di Washington nell’area, eppure non è neanche uno Stato artico. L’impressione, dunque, è che per tanti e svariati motivi, gli Stati Uniti stiano arrancando – a livello geopolitico – sulla regione polare. Ma scendiamo nel dettaglio per vedere meglio quali siano le reali intenzioni della Casa  Bianca. 

Le previsioni e le stime sul potenziale energetico e minerario dell’Artico hanno fatto brillare gli occhi a non pochi Amministratori Delegati e Presidenti nazionali. Ma le prime cifre che ballavano sui report internazionali, agli inizi del secolo, sono state poi già riviste al ribasso, quasi un decennio dopo.

Nel 2009, infatti, la stessa Geological Survey americana ha rivalutato le aree a Nord del Circolo Polare Artico, considerando che: “about 30% of the worlds undiscovered gas and 13% of the worlds undiscovered oil may be found there, mostly offshore under less than 500 meters of water. Undiscovered natural gas is three times more abundant than oil in the Arctic and is largely concentrated in Russia. Oil resources, although important to the interests of Arctic countries, are probably not sufficient to substantially shift the current geographic pattern of world oil production”.

Meno tensione del previsto

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Gli Stati Uniti guardano all’Artico con interesse, certamente. Ma considerano l’area come tale, un luogo colossale dove poter gestire ciò che accade, senza dovervi partecipare come in altre zone del mondo. La geografia è tale da consentire a Washington di riflettere su come l’Artide possa essere un trampolino di lancio per la crescita russa e cinese, ma anche un vicolo cieco.

Da quando fu acquistata l’Alaska nel 1867, gli statunitensi hanno sempre guardato a queste latitudini con disincanto, certi che le spinte e le minacce che possono arrivare dal Nord siano “intercettabili”. Almeno fino alla Seconda Guerra Mondiale, quando lo Stato più settentrionale di Washington si dimostrò essere una magnifica testa di ponte per confrontarsi il Giappone.

Quasi ottanta anni più tardi, l’Alaska rappresenta ancora una specie di insediamento avanzato degli Stati Uniti per monitorare le rotte marittime dirette verso l’Asia, per controllare da vicino le attività russe, per soddisfare – in piccola parte – le sue necessità energetiche.

Coinvolgere i partner

Il 2019 ha registrato diverse notizie sull’Artico, lato Stati Uniti. Tra maggio e giugno dello scorso anno, infatti, il Segretario di Stato Mike Pompeo tenne un discorso, a Rovaniemi, in Finlandia, accusando Pechino e la Russia di essere eccessivamente influenti nell’area.

Chiedendo che l’Arctic Council – il principale organismo internazionale che si occupa dell’Artico – iniziasse a occuparsi anche di questioni militari e strategiche. L’area, considerata da molti anni una regione di grande cooperazione, potrebbe infatti “accendersi” in base alle molte sfide geopolitiche dei suoi attori più importanti. A giugno 2019 il Pentagono, poi, pubblicò un aggiornamento dell’Arctic Strategy. Il riassunto di questo pensiero si trova già nell’abstract del documento:

U.S. Secretary of State Mike Pompeo speaks on Arctic policy at the Lappi Areena in Rovaniemi, Finland May 6, 2019. (Mandel Ngan / Pool via Reuters)

“DoD [Department of Defense ndr] must be able to quickly identify threats in the Arctic, respond promptly and effectively to those threats, and shape the security environment to mitigate the prospect of those threats in the future. The 2019 DoD Arctic strategy outlines three strategic ways in support of the desired Arctic end-state: 

  • Building Arctic awareness;
  • Enhancing Arctic operations; 
  • Strengthening the rules-based order in the Arctic”

La Groenlandia al centro del mondo

A fine agosto, la notizia che finì su tutti i giornali: la proposta di Donald Trump di acquistare la Groenlandia. Tutte le prime pagine dei giornali dedicarono ampio spazio alla proposta della Casa Bianca, chiaramente. Rigettata immediatamente da Copenhagen, capitale del Regno di Danimarca e quindi anche sovrana sulla terra groenlandese, l’idea statunitense aveva certamente dei vantaggi pratici.

Fra questi, anche un più facile controllo di tutta l’area, dei passaggi marittimi, delle proiezioni commerciali e di influenza della Cina. In Groenlandia gli Stati Uniti ci sono già. La base aerea di Thule, insediata da decenni nella più grande isola del mondo, ospita la rete globale di sensori della 21a Space Wing che fornisce avvisi missilistici, sorveglianza spaziale e controllo al North American Aerospace Defense Command.

Ma è anche la base dell’821° Air Base Group, ospitando inoltre il 12° squadrone in grado di intercettare le minacce missilistiche di Mosca. Le intenzioni di Washington nella regione sono principalmente quelle di monitorare e controllare che Russia e Cina – su tutti – non crescano eccessivamente, che non riescano a incidere in maniera significativa sui partner regionali, anche a livello commerciale.

Tra febbraio e maggio 2020 la Casa Bianca ha invitato i propri Dipartimenti ad accelerare sulla costruzione e il potenziamento della propria flotta di rompighiaccio, uno degli elementi chiave per lo sviluppo delle rotte artiche.

Attesa e azione

Ma la strategia di lungo periodo di Washington riguarda soprattutto l’attesa. È probabile, infatti, che le “estati senza ghiaccio” ci saranno, ma che non saranno tali entro un decennio. La rotta commerciale chiamata “Northern Sea Route”, che dovrebbe accorciare di circa 10 giorni la navigazione fra Europa e Asia, passando al largo delle coste settentrionali russe, probabilmente sarà realtà. Ma non ancora.

Per questo gli Stati Uniti prendono tempo, relegando la questione artica a una mera importanza regionale, quasi snobbando l’impegno di Mosca nell’area. Eppure i suoi rivali geopolitici si stanno muovendo con solerzia, incrementando i propri budget per la ricerca, per la costruzione di nuovi insediamenti, l’ammodernamento delle flotte militari e commerciali, il potenziamento delle basi e degli aeroporti regionali. 

Come scrive Federico Petroni nel numero speciale di Limes dedicato alla regione: «Mosse dal disperato bisogno di risorse, Russia e Cina vi investiranno contro le tendenze della natura e le leggi dell’economia, come prescrive la prassi strategica. Gli Stati Uniti se ne terranno alla larga fintanto che non percepiranno un’autentica minaccia, improbabile allo stato dell’arte, ma in tal caso assisteremo a un florilegio di iniziative, anche civili».

Leonardo Parigi

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Leonardo Parigi
the authorLeonardo Parigi
Sono Laureato in Scienze Politiche Internazionali all’Università di Genova e di Pavia. Sono giornalista pubblicista, e collaboro con testate nazionali sui temi di logistica, trasporti, portualità e politica internazionale.

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