Dalle origini alla repressione, fino alla recente riscoperta internazionale, lo Joik è uno straordinario esempio di cultura sámi.
Il canto dell’ultimo popolo indigeno
Tra le tradizioni musicali europee, lo joik occupa senza alcun dubbio una posizione unica. Praticato dal popolo Sámi, l’ultimo popolo indigeno del continente, questo canto affonda le sue radici nelle regioni artiche di Norvegia, Svezia, Finlandia e nella Penisola di Kola, in Russia.
A differenza del canto narrativo o lirico, lo joik non nasce per raccontare una storia né per descrivere un evento. Ogni joik è ciò a cui si riferisce. Può incarnare una persona, un animale, una montagna, un lago, restituendone il carattere, il ritmo, la presenza. È una pratica profondamente radicata in una cultura orale, molto spesso basata sull’improvvisazione, in cui la memoria non veniva affidata a testi scritti, ma custodita nelle relazioni e nella trasmissione fra generazioni.
Le origini del joik
Le origini dello joik sono molto incerte, data l’assenza di un sistema di scrittura nella cultura Sàmi, fortemente votata al nomadismo e alle tradizioni orali. Le prime attestazioni scritte risalgono al XVIII e XIX secolo, quando i missionari cristiani iniziarono a trascrivere e registrare ciò che fino ad allora era stato tramandato esclusivamente per via orale. Queste fonti, pur nate spesso da uno sguardo molto spesso ostile e repressivo, costituiscono oggi una parte importante degli archivi che documentano le forme più antiche del canto.

Nella tradizione orale sámi, lo joik viene spesso descritto come un dono proveniente dal mondo soprannaturale delle terre artiche, un mondo di fate ed elfi. Per secoli è stato un mezzo essenziale per conservare e tramandare saperi e racconti. Era un linguaggio condiviso, capace di esprimere appartenenza e continuità, in un contesto in cui la musica non era separata dalla vita sociale e spirituale.
Repressione e silenzi forzati
Questa continuità venne spezzata a partire dal XVII secolo, con l’intensificarsi delle politiche di assimilazione portate avanti dagli Stati nordici. In Norvegia, in particolare, il processo di “norvegesizzazione” colpì duramente la lingua e la cultura sámi. Lo joik venne considerato un’espressione pagana, incompatibile con il cristianesimo luterano, e fu progressivamente bandito dalle scuole e scoraggiato nella vita pubblica.
Per molti decenni, praticare o tramandare lo joik, così come parlare le lingue sámi stesse, fu proibito e bollato come peccaminoso. In molte regioni, specialmente nel Sud, il canto sopravvisse solo negli archivi e nelle registrazioni etnografiche, mentre la trasmissione familiare si interrompeva. La perdita linguistica e culturale che ne derivò lasciò segni profondi.
Solo nella seconda metà del Novecento, con l’emergere dei movimenti per i diritti indigeni e il graduale riconoscimento istituzionale del popolo sámi, si aprì lo spazio per una rivalutazione culturale. In Norvegia, l’inclusione della Legge Sámi nella Costituzione nel 1988 rappresentò un passaggio simbolico fondamentale, anche se non immediatamente risolutivo.
Dalla riscoperta alla rinascita
La rinascita dello joik non è stata uniforme né immediata. In alcune aree settentrionali, dove la continuità culturale era stata meno compromessa, il canto è rimasto una pratica viva. Altrove, la riscoperta è passata attraverso la ricerca d’archivio, lo studio delle registrazioni storiche e il recupero di joik familiari dimenticati.
Negli ultimi anni, però, lo joik ha iniziato un percorso nuovo. Una giovane generazione di artisti sámi ha scelto di portarlo fuori dal contesto esclusivamente locale, mettendolo in dialogo con linguaggi musicali contemporanei come jazz, elettronica e pop. Non si è trattato di una semplice operazione di recupero, ma di una trasformazione consapevole, in cui il canto ha mantenuto la propria struttura essenziale adattandosi a nuovi spazi e pubblici.
Lo joik all’Eurovision
Questa rinascita ha raggiunto una visibilità internazionale senza precedenti negli ultimi anni. Un passaggio emblematico è stato il cinema, con un successo planetario: nel 2013 lo joik è entrato, spesso in modo inconsapevole per il grande pubblico, nell’immaginario globale con Frozen della Disney. Il brano di apertura Vuelie, composto dal musicista sámi Frode Fjellheim, utilizza chiaramente elementi di joik, introducendo milioni di spettatori a una sonorità artica antica, pur senza esplicitarne pienamente l’origine culturale.
Ma un altro momento chiave è stato l’Eurovision Song Contest 2019, con la partecipazione del gruppo norvegese-sámi KEiiNO. Il brano Spirit in the Sky ha portato alcuni elementi dello joik su uno dei palchi musicali più seguiti al mondo, intrecciandolo con pop ed elettronica e aprendo un dibattito pubblico sulla rappresentazione dell’identità sámi nel mainstream europeo.
A questi esempi si affiancano premi, festival e riconoscimenti nazionali e internazionali che hanno contribuito a una crescente normalizzazione dello joik come espressione musicale contemporanea, non più confinata al folklore o all’archivio.
Continuità o commercializzazione?
Questa nuova visibilità pone però interrogativi inevitabili. L’ingresso dello joik nei circuiti globali comporta il rischio di semplificazione, di decontestualizzazione, talvolta di commercializzazione. Allo stesso tempo, offre strumenti concreti di sopravvivenza culturale, soprattutto per le nuove generazioni sámi, che possono riconoscersi in una tradizione viva e non musealizzata.
Sicuramente, la storia dello joik dimostra una grande capacità di adattamento. Dopo secoli di silenzio forzato, questo canto ha trovato nuovi spazi e nuovi linguaggi nella rinnovata identità del popolo Sámi. Oggi continua a muoversi tra passato e presente, mantenendo un legame con la memoria e con il paesaggio artico, ma aprendosi anche a un pubblico globale.
Una voce antica che, dopo un lungo silenzio, ha ricominciato a farsi sentire ben oltre il Circolo Polare Artico.
Enrico Peschiera