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High North 19, la missione italiana nell’Artico

Intervista ai protagonisti dell'ultima missione della Marina al Polo Nord

«La differenza tra le persone è data dalle loro idee». L’intero ciclo di missioni della Marina Militare italiana nell’Artico potrebbe essere racchiusa in questa semplice frase pronunciata dal Contrammiraglio Luigi Sinapi, Direttore dell’Istituto Idrografico della Marina Militare. E questa frase identifica proprio ciò che è stato sviluppato nella grande e storica struttura del Forte San Giorgio di Genova. Istituito nel 1872, l’Idrografico rappresenta uno dei punti di eccellenza della ricerca in Italia, impegnato quotidianamente sull’aggiornamento delle carte nautiche e su nuovi fronti di ricerca scientifica. Tra questi, ciò che sta accadendo in Artico.

L’Italia, nonostante la sua posizione geografica, ha una lunga tradizione di legame politico e scientifico con il Grande Nord. Oggi l’Italia possiede il prestigioso status di “Osservatore” presso l’Arctic Council, il massimo organismo internazionale per la regione; e tramite il CNR (Centro Nazionale delle Ricerche) è anche fisicamente nell’Artico grazie alla base Dirigibile Italia, a Ny Ålesund, nelle norvegesi Isole Svalbard. Il nostro Paese è inoltre molto attivo nell’area anche grazie alla presenza costante della “Missione High North“, ormai appuntamento annuale dal 2016, coordinato dalla Marina Militare proprio tramite l’Istituto Idrografico. Per capire meglio come funzionino queste missioni abbiamo intervistato gli ideatori di questa attività: il Contrammiraglio Luigi Sinapi, la Professoressa Roberta Ivaldi (Coordinatrice scientifica della missione) e il Capitano di Fregata Maurizio Demarte (Comandante della spedizione).

La Nave Alliance della Marina Militare Italiana

«La nostra partecipazione alla questione artica si risolve non soltanto nell’ambito puramente scientifico, ma va a integrare la capacità del nostro Paese di essere presente in questi consessi internazionali», spiega il Contr. Sinapi appena si inizia a parlare dell’ultima missione. Partita posticipatamente a ottobre 2019, la Missione High North 2019 è la terza spedizione della Marina in acque artiche a bordo della Nave Alliance. «Il nostro status di ‘Osservatore’ presso l’Arctic Council deve essere validato da una specifica Commissione», prosegue il Direttore dell’Idrografico, «ma grazie alle nostre attività scientifiche nell’area l’Italia si è assicurata ancora questo prestigio».

L’orgoglio di aver creduto e portato avanti questo progetto si respirano a pieni polmoni, nelle stanze dell’Idrografico. Il cielo grigio sopra il porto di Genova lascia ampio spazio al racconto della Missione. «Uno degli aspetti che abbiamo imparato a nostre spese durante l’ultima spedizione – chiosa la Prof. Roberta Ivaldi – è che le previsioni meteorologiche sono alquanto inattendibili a quelle latitudini. Ci siamo trovati dentro a una tempesta completamente sottovalutata. I modelli non avevano previsto una tempesta di tale intensità e sviluppo temporale, e neanche il centro europeo ECMWF era stato in grado di darne precisa comunicazione».

A quasi novant’anni dalla prima spedizione della Marina in Artico, la Alliance era entrata nelle gelide acque del Circolo Polare nel 2017 con la collaborazione dei più importanti centri di ricerca nazionali: CNR, OGS ed ENEA, insieme al Centro NATO CMRE (Centre for Maritime Research and Experimentation) e INGV. L’ultima campagna della Alliance, terminata nel porto di Bergen lo scorso 9 novembre, si presentava come più impegnativa rispetto alla precedenti. E non solo per la stagione inoltrata. «Ogni anno abbiamo cercato di migliorare e di esplorare anche nuove aree», spiega Ivaldi. «Per avere un reale dato scientifico che ci consenta di fare proiezioni a livello climatico e ambientale, però, servirebbero almeno 30 anni di campionamenti. Per adesso siamo molto soddisfatti dei risultati raggiunti, e crediamo che la Missione High North possa essere replicata anche nel prossimo triennio».

«Il lavoro dell’Italia nell’Artico rappresenta un unicum di alto livello. Attraverso il Tavolo Artico, coordinato dalla Farnesina e dal Ministro Carmine Robustelli, siamo presenti come Marina per presentare i risultati scientifici delle nostre ricerche. E quest’anno, all’ultima Arctic Circle Assembly di Reykjavík, il nostro Paese è riuscito a organizzare un panel autonomo, un risultato fantastico se consideriamo le forze in campo», analizza il Contrammiraglio Sinapi. L’Istituto Idrografico fa parte inoltre del Working Group dell’Arctic Council “Emergency Prevention, Preparedness and Response (EPPR)”, attività seguita in prima persona il CF Maurizio Demarte. «Lavorare a stretto contatto con partner e Paesi così rilevanti nella regione esalta le capacità e le peculiarità dell’Italia. Uno scambio di informazioni e di conoscenze che diventa determinante per far crescere la sicurezza e le competenze di tutti gli attori».

Foto della Marina Militare®

Le attività di ricerca scientifica vengono spesso intese come un qualcosa a sé stante rispetto al contesto economico e industriale. Spesso, addirittura, in contrasto. «Ma in questo caso non vedo nessun tipo di frizione», asserisce la Professoressa Ivaldi, Docente di Geomatica Marina al Master di II Livello dell’Università di Genova presso lo stesso Istituto. «Tenere distanti mondo accademico-scientifico e industriale, oltre che politico, è poco proficuo in questo caso. Anche perché l’Italia ha bisogno di utilizzare tutte le possibili sinergie per crescere nell’area e per rendere sempre migliori le tecnologie in uso».

«Pensiamo alla questione delle esplorazioni energetiche», prosegue Ivaldi. «Avere a disposizione dati migliori e il meglio della tecnologia nazionale significa anche poter lavorare in maniera migliore sulla sostenibilità ambientale, sulla sicurezza e sulla difesa dell’ambiente». «Gli oceani sono fonte di vita», riflette il Direttore Sinapi, «e tutti sono ben consapevoli dell’importanza che possa avere l’Artico per il futuro dell’intero pianeta. Quando parliamo di questa regione dobbiamo considerare inoltre due fattori non secondari: un mondo che cambia e cresce a livello numerico, e il fatto che le aree artiche – a differenza del Polo Sud – siano considerate zone territoriali e costiere. Per cui non possiamo guardare all’Artico come a una riserva naturale, ma a tutti gli effetti ad aree che sono sotto il diretto controllo degli Stati che costeggiano l’Oceano Artico».

«A breve verrà rilasciata una seconda versione del Polar Code», ricorda il CF Demarte. «Il Polar Code, che oggi norma le attività marittime nell’area, in vigore dal 1 gennaio 2017, è già un ottimo strumento per regolamentare le attività di trasporto. Ma non è sufficiente, e ci si sta rendendo conto che solo con un monitoraggio costante si può migliorare anche sotto all’aspetto normativo».

Le rigide condizioni meteorologiche, con temperature sotto lo zero e venti oltre i 65 nodi, hanno reso ancora più dura la spedizione, composta da oltre 70 persone a bordo fra personale civile e militare. La campagna si è concentrata prevalentemente in attività di esplorazione e monitoraggio con campionamenti di dati ambientali in circa 50 stazioni per misure bio-ottiche, acustiche e di inquinamento marino. Particolare attenzione al campionamento delle plastiche e micro-nano-plastiche, con analisi della colonna d’acqua e mappatura dei fondali su un percorso di 800 miglia nautiche. Un’avventura scientifica che rappresenta solo l’inizio di ciò che la Marina Militare vuole creare per il futuro dell’Italia nella regione artica.

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Leonardo Parigi
the authorLeonardo Parigi
Sono Laureato in Scienze Politiche Internazionali all’Università di Genova e di Pavia. Sono giornalista pubblicista, e collaboro con testate nazionali sui temi di logistica, trasporti, portualità e politica internazionale.

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