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I diavoli di Vardø

© Osservatorio Artico

All’interno del reportage “Approdi” abbiamo fatto tappa a Vardø, in Norvegia. Più a Est di Istanbul, più a Nord dell’Alaska. A pochi chilometri dal confine russo, dove storia e sicurezza fanno da cornice a un villaggio che cerca il rilancio per il suo futuro.

Desolazione

Svein Harald Holmen ha 48 anni, otto dei quali passati con l’uniforme delle forze armate norvegesi addosso. “Ma a 40 anni ho deciso che avrei fatto quello che hanno fatto anche i miei antenati, e cioè il pescatore. Da quando sono tornato a vivere qui, mi sono impegnato con vigore perché la comunità riprendesse la sua vocazione storica, e perché potesse avere un nuovo futuro”. Intento nobile, se non fosse che la scelta dell’ex soldato è quella di vivere a Vardø, remoto porto di pescatori nella parte orientale della Norvegia, a poche miglia marine dal confine russo. Più in alto dell’Alaska, più a Est di Istanbul, Vardø contava circa 4000 abitanti circa dell’inizio degli anni Novanta, mentre oggi sono poco più di 1800.

Tante sono le case abbandonate, i vetri rotti, i legni ammuffiti. Una Norvegia lontana dagli stereotipi di perfezione, del paesaggio da cartolina. “La città è stata a lungo depressa, il cambio economico verso un’industria della pesca in quote ha massacrato il settore e le persone che vivevano qui”, racconta Holmen, corpo massiccio e mano pesante sul volante. “C’è stato addirittura un momento in cui le persone avevano paura dell’oceano, non sapevano più che farsene, non avevano nessuna volontà di tornare in mare. Tanti sono emigrati altrove, in cerca di lavori più semplici da ufficio. Quella è una vita che non fa per me”, continua sicuro, mentre percorriamo più volte le strade della città.

vardø pescatori
© Osservatorio Artico

Che sono diverse da metro a metro, che raccontano di una stratificazione storica anche recente. Quella che una volta era la capitale regionale, con lo scettro poi passato alla continentale Vadsø, a un’ora da qui percorrendo la E75, non ha saputo cogliere ancora le opportunità del turismo.

Tanti altri comuni costieri della Norvegia si sono reinventati, diventando spesso lunapark per le aurore boreali, per gli itinerari estremi. Qui no, non ancora. I ristoranti si contano sulle dita di una mano, e sono fiacchi e sciatti anche in pieno agosto. “È anche un bene, si vedono spesso svedesi travestiti da abitanti dei villaggi di pescatori far finta di essere ciò che non sono, pur di far parte del circuito turistico. Tante città si sono snaturate, come Tromsø. Certo che il turismo è un enorme entroito commerciale, ma a che prezzo per le comunità? E poi comporta dei cambiamenti estremamente significativi. Qui non è ancora arrivato, e sì che i soldi sono un problema”. Sentirlo dire nel paese più ricco del mondo, con il fondo sovrano più capiente in grado di investire in ogni singola attività quotata sui mercati finanziari globali, è certamente un paradosso.

Ma a Vardø non esiste un ospedale – “il più vicino è a Kirkenes, tre ore e mezza di macchina. Per questo abbiamo un aeroporto, se hai un problema altrimenti come fai?”, e la scuolta secondaria resta in piedi solo grazie alla volontà e all’intraprendenza di persone come Holmen, che con la sua attività di pesca sta creando anche una scuola per giovani pescatori. “Quest’estate abbiamo 32 apprendisti, tra ragazzi e ragazze. Sono gruppi da 8, fanno circa 7 uscite a testa perché imparino il mestiere. I soldi ce li mette il governo, con circa 5000 dollari a testa, che vengono dati alle famiglie purché i figli si dedichino a questa attività.

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Svein Harald Holmen accanto alla sua barca © Osservatorio Artico

Per noi è una semina su nuove generazioni, sia perché diventino pescatori, sia perché entrino in questo business con un’attitudine diversa dalle grandi compagnie commerciali, che hanno distrutto il settore ittico classico, cancellando le attività locali”. La figlia, 12 anni, sarà instradata presto sulla barca che porta il suo nome. “Il nostro pesce è caro, non è per tutti. Lo vendiamo a 100 dollari al chilo. Sappiamo che è tanto, ma sappiamo anche quanta fatica ci costi pescarlo, in inverno e in primavera, e pulirlo a mano, sfilettandolo come si faceva un tempo. Questo sì che è pesce, non come quello che trovi al supermercato”.

Nella notte polare e sul confine

Vardø ha però anche due particolarità assolute. La prima è la presenza dei tre giganteschi palloni radar a incorniciarne la dorsale. Il sistema Globus è top secret, e rappresenta il primo punto di ascolto e controllo di ciò che avviene al di là del mare, a pochi chilometri da qui. La penisola di Kola, protesa verso il Mare di Barents, è il più grande bastione militare della Federazione Russa, con una quota stimata tra le 400 e le 1000 testate atomiche presenti, puntate sull’Occidente. Il sistema Globus rappresenta uno degli asset di intelligence più sensibili del fianco nord dell’Alleanza Atlantica. Costruito all’inizio degli anni Cinquanta come progetto di cooperazione tra Norvegia e Stati Uniti, verrà ampliato nel 2001 con il Globus II, un radar di nuova generazione che sarà integrato a sua volta tra il 2016 e 2022 con il Globus III. Un ulteriore sistema di monitoraggio la cui sola installazione ha scatenato una dura reazione diplomatica e militare da parte di Mosca.

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L’irritazione di Mosca

Nel 2017 nove Sukhoi-24 russi simularono un attacco su Vardø, dando prova al cuore del sistema, un radar AN/FPS-129, con una banda X (10 GHz) ad alta risoluzione. L’antenna è un riflettore parabolico a fuoco centrale con diametro di 27 metri, contenuto in un radome di 35 metri montato su un piedistallo rotante. Non è noto a quanto ammonti il personale interno alla base, che è operativa continuativamente e che può tracciare oggetti fino all’altitudine geostazionaria, a circa 41000 chilometri di altezza. I tre radar, gestiti dalle forze armate norvegesi, e di conseguenza dalla Nato, sono il primo campanello di allarme – letteralmente – di qualsiasi cosa stoni tra la costa e Murmansk, la più grande città artica in assoluto, nonché base della Flotta del Nord.

Di fronte all’isola di Vardøya, alla fine di luglio, sono iniziati alcuni test missilistici in una usuale esercitazione militare russa. L’incrociatore Marshal Ustinov e la fregata Admiral Golovko hanno lasciato le banchine di Severomorsk per puntare sul Mare di Barents, con un convoglio di dragamine. Intanto, tre sistemi mobili antisommergibile Bastion, equipaggiato con missili supersonici P-800 Onyx, venivano schierati in posizione di lancio sulla penisola di Rybačij.

A circa 80 chilometri in linea d’aria da Vardø, pienamente nel raggio d’azione dei missili con gittata da circa 300-600km. “Spesso arrivano americani e persone sconosciute, restano un po’, poi vanno via. Noi facciamo finta che la base non esista, non è possibile avervi accesso, anche se le persone che ci lavorano abitano anche in città. Diciamo che conviviamo con questa presenza, e basta”. Ma l’atmosfera si è fatta tetra.

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Il punto panoramico Domen che domina la costa verso Vardø © Osservatorio Artico

“Per chi abita nella regione, i russi sono sempre stati una presenza. Commerciale, umana, amichevole. Non ci siamo dimenticati che l’Armata Rossa ci liberò dai nazisti, sappiamo anche quanto i rapporti tra noi e loro siano stati importanti per il commercio, anche durante la Guerra Fredda. Tutto questo ora non è più possibile, siamo tornati indietro nel tempo, di molti decenni. Forse di secoli, di colpo. Non ci possiamo più fidare, perché loro non si fidano più di noi. E quanto tempo occorre per creare la fiducia reciproca? Ed è un vero peccato, perché sappiamo bene che al di là del confine ci sono persone normali, che non hanno necessità di finire nella propaganda di uno o dell’altro”.

La caccia alle streghe del Finnmark

L’altra peculiarità di Vardø riguarda la sua lunga storia. Mentre nel Seicento in Europa si iniziava a diffondere l’Illuminismo, la cittadina più remota della Norvegia viveva un secolo di puro terrore. Tra il 1600 e il 1692 saranno 135 le persone passate attraverso il tribunale del castello di Vardø accusate di stregoneria, e ben 91 di esse saranno uccise, bruciate sul rogo. Contrariamente a quanto si crede, la maggior parte di esse non era di altre popolazioni, come i Pomory o i Sámi, mercanti russofoni i primi, indigeni ma pagani i secondi. I quattro quinti dei giustiziati erano norvegesi, e buona parte di essi erano donne.

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Lo Steilneset memorial © Osservatorio Artico

Il memoriale è stato eretto sulla riva dell’isola di Vardøya che guarda al continente, dove si suppone avvenissero le esecuzioni. Un luogo toccante e impressionante, funestato dai venti oceanici e reso ancora più immaginifico dall’opera permanente di Louise Bourgeois, che in un cubo di vetri scuri ha installato una sedia da cui divampa una fiamma costante, illuminata da una serie di colossali specchi. Nel silenzio del mondo circostante. Le 91 vittime vengono raccontante via via durante la visita, con la semplice e asciutta descrizione del tribunale che li condannava a morte, tramite il passaggio della tortura “in acqua”. L’accusata veniva legata ai piedi e alle mani, e gettata in mare. Se fosse finita sul fondo, questo avrebbe provato la sua innocenza. In caso contrario, e cioè di galleggiamento, la vittima sarebbe poi stata condannata alla pira.

“Anche una mia antenata ha subìto la stessa dinamica”, racconta particolarmente serio sulla faccenda il pescatore, con camicia a scacchi ocra e cappellino da baseball nero, che lo rendono più simile a un abitante del Midwest americano. “Ho potuto scoprirlo solo di recente, tramite una banca dati online. Non ne sapevamo niente, ma è stata una rivelazione che ci ha toccato nel profondo. Quando però è stato creato il museo, era il momento di maggiore sofferenza per la città.

Un memoriale che costò circa 15 milioni di dollari, con artisti e architetti internazionali, che non coinvolsero neanche minimamente la comunità locale, rappresentò l’ennesimo schiaffo di Oslo nei confronti di chi abita qui. Il concetto è sempre lo stesso: tenerci a distanza, lanciarci qualcosa e pensare di aver risolto il problema. Ma quella fu una dimostrazione precisa della mancanza di conoscenza e di sensibilità, anche su un tema così complesso per chi abita qui”.

La città è chiusa in un silenzio quasi spettrale, se non fosse per il coro di gabbiani e sterne artiche che imbiancano di guano i moli e i magazzini portuali in sfacelo. Loro sono i padroni di casa, in attesa che tornino ricolmi i pescherecci, e che si portino via i diavoli del tempo corrente. “Tenebrae cedant soli”, recita il motto nello stendardo di Vardø. Che le tenebre cedano alla luce. Valido nonostante i secoli.

Leonardo Parigi

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Autore

  • Leonardo Parigi

    Sono Laureato in Scienze Politiche Internazionali all’Università di Genova e di Pavia. Sono giornalista pubblicista, e collaboro con testate nazionali sui temi di logistica, trasporti, portualità e politica internazionale.

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