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Vostok Oil, l’oleodotto costruito sul permafrost che si scioglie

Un’indagine di Arctida, in collaborazione con Bellona, racconta i rischi del megaprogetto petrolifero Vostok Oil di Rosneft nell’Artico siberiano, che a settembre dovrebbe caricare il primo greggio estratto. Duemila chilometri di oleodotti su un permafrost sempre più instabile, in un Paese dove le rotture delle condotte si contano a decine di migliaia ogni anno.

Un colosso pronto a partire

Vostok Oil è il più grande progetto industriale russo, e a settembre 2026 dovrebbe muovere il suo primo carico. Ideato nel 2019 dall’amministratore delegato di Rosneft Igor Sechin, punta a estrarre petrolio da tredici giacimenti nell’estremo Nord siberiano, tra il Distretto Jamalo-Nenets e la penisola della Taymyr, e a spedirlo via mare lungo la Northern Sea Route verso i mercati asiatici. Un’operazione da quasi 118 miliardi di euro, che prevede la costruzione di duemila chilometri di grandi oleodotti e circa settemila di condotte minori: numeri che da soli danno la misura dell’impresa.

Su questo cantiere si concentra la nuova inchiesta del centro di ricerca Arctida, firmata dall’analista Raya Levashova e realizzata in collaborazione con l’organizzazione ambientalista Bellona. Dopo l’indagine sui beneficiari occidentali di Yamal LNG, l’organizzazione dichiarata “indesiderata” da Mosca lo scorso febbraio sposta l’attenzione dai flussi di denaro illecito a questo nuovo colossale progetto energetico nell’Artico russo. E la tesi di fondo si può riassumere in poche righe: Vostok Oil aggiunge migliaia di chilometri di tubi a una rete russa già vecchia e piena di falle, li posa su un suolo che sta perdendo consistenza a causa del riscaldamento climatico, e lo fa dopo che la Russia ha smantellato gran parte degli strumenti per monitorare i danni e l’usura delle infrastrutture. Il risultato non è tanto il rischio di una singola grande catastrofe, quanto l’accumulo “silenzioso” di molti piccoli sversamenti che nessuno misura.

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Foto: Rosneft

Vale la pena entrare, uno alla volta, in questi tre nodi principali dell’inchiesta.

Tubi arrugginiti

Il primo problema è l’età delle infrastrutture. In Russia le condotte petrolifere superano i 250.000 chilometri, e più della metà risulta usurata. Il motivo è che in assenza di limiti di legge sulla durata, le compagnie continuano a far funzionare oleodotti che risalgono all’epoca sovietica, prolungandone la vita quasi all’infinito. Rosneft stessa ammette che il 59% delle proprie condotte è in stato di degrado.

Con tubi così vecchi, le rotture diventano ordinaria amministrazione. Arctida cita un dato eloquente: nel solo 2023 in Russia sono state registrate quasi 15.000 rotture di oleodotti, nel 90% dei casi causate dalla corrosione del metallo. Non parliamo però soltanto di grandi disastri come quello di Norilsk del 2020, che finì sulle prime pagine di tutto il mondo. Il grosso del danno viene da sversamenti piccoli e continui, che non fanno notizia ma avvelenano il territorio giorno dopo giorno. Nel solo Jamalo-Nenets, le ispezioni tra il 2022 e il 2024 hanno trovato perdite a cadenza mensile da un singolo impianto controllato da Rosneft.

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Un terreno che non tiene più

Il secondo nodo è forse il più insidioso, ed è quello che dà il titolo all’indagine. Gran parte dell’Artico russo poggia sul permafrost, il terreno che dovrebbe restare gelato tutto l’anno. Ma l’Artico si riscalda fino a quattro volte più in fretta del resto del pianeta, e quel terreno si sta ammorbidendo. Già nel 2022 il governo russo stimava che il 40% delle infrastrutture costruite sul permafrost fosse deformato, e le previsioni parlano di un suolo che perderà stabilità su gran parte della regione entro il 2050.

Per un oleodotto questo significa guai molto seri. D’inverno il ghiaccio nel terreno si espande e solleva la condotta, d’estate si scioglie e la fa sprofondare. Un movimento continuo che, alla lunga, la deforma e la spezza. Vostok Oil, come già il famoso oleodotto trans-alaskano, cerca di difendersi montando i tubi su pali e raffreddando il terreno con appositi dispositivi. Ma questi accorgimenti, spiega Arctida, funzionano bene solo con inverni molto rigidi e gli inverni artici, ovunque, stanno diventando sempre più miti. In altre parole, le soluzioni tecniche del passato non bastano più a tenere il passo del clima che cambia.

Il petrolio, la rotta artica e i controlli che non ci sono

Il terzo punto riguarda ciò che accade quando il greggio si mette in viaggio. Dal nuovo porto di Bukhta Sever le petroliere dovrebbero risalire la rotta artica verso l’Asia. Il timore degli esperti di Bellona non riguarda tanto le navi nuove, costruite apposta per il ghiaccio, quanto la possibilità che, per aggirare le sanzioni internazionali, vengano impiegate le navi vecchie e della cosiddetta “flotta ombra”. In acque artiche, ripulire uno sversamento è di fatto impossibile: il petrolio scivola sotto la banchisa e viaggia per centinaia di chilometri, mentre il freddo ne prolunga la tossicità.

A chiudere il cerchio c’è la questione dei controlli, o meglio della loro assenza. Per le compagnie, spiega l’inchiesta, spesso conviene pagare le multe piuttosto che rinnovare gli impianti: i risarcimenti per un incidente si contano in decine o centinaia di milioni di rubli, cifre irrisorie rispetto ai miliardi che servirebbero per rimettere a nuovo la rete. E le perdite più piccole avvengono in luoghi remoti e sorvegliati, dove gli ispettori arrivano di rado. Lo dimostra lo scarto tra le stime: le aziende dichiarano poche migliaia di tonnellate disperse ogni anno, le organizzazioni indipendenti ne calcolano oltre un milione e mezzo.

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Un rischio che si accumula

L’immagine che restituisce Arctida è quella di un progetto colossale calato in un contesto fragile, dove ogni fattore di rischio si somma agli altri e nessuno tiene davvero il conto dei danni. L’inchiesta completa, ricca di dati, testimonianze dal territorio e riferimenti scientifici, va molto oltre questa sintesi: chi voglia capire fino in fondo perché quei duemila chilometri di tubi camminano davvero su un terreno fragile può leggerla sul sito di Arctida.

Enrico Peschiera

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Autore

  • Enrico Peschiera

    Ho studiato Relazioni Internazionali e oggi mi occupo di comunicazione aziendale. Scrivo qui perché l'Artico è una frontiera di profondi cambiamenti che meritano di essere raccontati. Genovese e genoano.

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