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Carney accelera sull’oleodotto, è scontro con le Prime Nazioni

Un nuovo oleodotto verso il Pacifico e la legge che accelera i grandi progetti aumentano la distanza tra Ottawa e il consenso indigeno. Carney ha scommesso sui grandi progetti energetici per affrancarsi sempre più dagli Stati Uniti, ma le popolazioni locali ora promettono battaglie legali.

C’è chi dice no

Quando a gennaio scorso Mark Carney è volato a Prince Rupert per incontrare le Coastal First Nations, ovvero le comunità indigene della Columbia Britannica, l’immensa provincia all’estremo occidentale del Canada, il primo ministro canadese non andava a celebrare un accordo ma a ricucire uno strappo. Poche settimane prima Ottawa aveva firmato con la confinante Alberta un memorandum che apre la strada a un nuovo oleodotto verso il Pacifico e a un possibile superamento del divieto sulle petroliere, senza coinvolgere le comunità costiere che da quelle acque dipendono. La presidente delle Coastal First Nations, Marilyn Slett, ha risposto secca che quelle petroliere non solcheranno mai la loro costa e che quell’oleodotto non si farà. Esempio evidente della tensione che sta percorrendo l’intero mandato di Carney, quella fra l’urgenza di lanciare ambiziosi progetti energetici e l’obbligo di ottenere il consenso di chi abita da sempre quelle terre.

canada carney
Marilyn Slett

Carney accelera sull’energia

La fretta di Ottawa ha una ragione strategica che va oltre l’economia interna. L’obiettivo dichiarato di Carney è rendere il Canada meno dipendente dagli Stati Uniti di Trump, che la guerra commerciale ha reso un partner inaffidabile, costruendo le infrastrutture necessarie a portare le proprie risorse verso nuovi mercati. E a ritenere necessaria l’accelerazione del progetto di autonomia energetica non è solo il governo canadese: in una recente visita in Canada Fatih Birol, direttore esecutivo dell’agenzia
internazionale per l’energia (IEA), ha espresso il bisogno urgente che il paese, ricco di giacimenti di gas naturali, petrolio e terre rare si munisca di infrastrutture energetiche il prima possibile.

L’intesa con l’Alberta, una provincia che dal petrolio trae già gran parte della propria ricchezza, prevede che il governo federale valuti anche la rimozione del bando alle petroliere lungo la costa settentrionale, così da poter spedire il greggio verso i mercati asiatici. Per le nazioni costiere quell’apertura significa esporre a un rischio permanente acque da cui dipendono la pesca, il cibo e l’identità collettiva, e non a caso la loro opposizione si era già manifestata contro le resistenze allo sviluppo del gas naturale liquefatto nella stessa regione. Ma l’irritazione non nasce solo dal merito quanto dal metodo, perché l’accordo è stato definito senza consultazione preventiva.

Questioni di diritto

Il nuovo oleodotto è soltanto la punta dell’iceberg di un disegno molto più ampio. Nel giugno 2025 il Parlamento ha approvato il One Canadian Economy Act, la legge che abbatte le barriere commerciali interne tra le province e introduce una corsia preferenziale per i progetti che il governo giudica di interesse nazionale. Per gestirli Carney ha creato il Major Projects Office, un ufficio unico incaricato di snellire e accelerare le approvazioni, affidandone la guida a Dawn Farrell, ex amministratrice delegata dell’oleodotto Trans Mountain. Il meccanismo concentra nelle mani dell’esecutivo il potere di far approvare rapidamente dighe, miniere, reattori e linee elettriche, dalla nuova centrale nucleare di Darlington in Ontario alle reti di trasmissione della Columbia Britannica. È esattamente questa concentrazione di potere a sollevare le maggiori preoccupazioni delle popolazioni indigene canadesi che abitano le regioni oggetto di questi investimenti.

In Canada il diritto delle popolazioni indigene poggia su fondamenta giuridiche solide. La sentenza Delgamuukw della Corte suprema, pronunciata nel 1997, ha riconosciuto l’obbligo per il governo di consultare le comunità prima di autorizzare opere che le attraversino. Negli anni successivi quel principio si è consolidato nel cosiddetto duty to consult e soprattutto nel diritto al consenso libero, previo e informato sancito dalla Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni, che il Canada ha recepito nel proprio ordinamento nel 2021. Lo scontro odierno verte proprio su questo, perché diversi leader indigeni denunciano che la “corsia preferenziale” creata dal nuovo impianto normativo riduca la consultazione con le comunità a un passaggio meramente formale. Il governo sostiene che la legge non elimini il duty to consult e che i progetti procederanno in partnership con le comunità, ma alcune hanno annunciato l’intenzione di contestarne in tribunale la legittimità, aprendo un contenzioso che si preannuncia lungo.

Anche l’Artico alla prova

Lo stesso schema si ripropone, identico, nel Grande Nord. A marzo 2026 Carney ha presentato un piano da oltre quaranta miliardi per “difendere, costruire e trasformare l’Artico canadese“. Il progetto prevede strade e porti a uso duale, civile e militare, pensati per collegare i giacimenti minerari alle rotte globali, e attraversa territori abitati dai popoli del Nord. Ottawa lo presenta come un’impresa costruita in partnership con le comunità, eppure il conflitto di fondo resta quello tra la rapidità imposta dalla competizione geopolitica e il tempo necessario a costruire un consenso reale fra le comunità. L’Artico è il banco di prova più delicato di questo equilibrio.

Dal 14 al 16 luglio l’assemblea generale annuale dell’Assembly of First Nations si riunirà a Ottawa, e la gestione dei grandi progetti governativi sarà uno dei temi centrali del confronto. Carney ha costruito la propria immagine sulla promessa di un Canada capace di decidere in fretta e di rendersi autonomo e indipendente dagli Stati Uniti, ma ha presto scoperto che su quelle terre la velocità non dipende soltanto da lui. Il consenso dei popoli che le abitano resta – per adesso – la variabile che nessuna corsia preferenziale può aggirare.

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Autore

  • Enrico Peschiera

    Ho studiato Relazioni Internazionali e oggi mi occupo di comunicazione aziendale. Scrivo qui perché l'Artico è una frontiera di profondi cambiamenti che meritano di essere raccontati. Genovese e genoano.

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