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Russia, una nuova generazione di reattori per le centrali nucleari galleggianti

Rosatom ha completato la prima unità di reattore RITM-400 per la rompighiaccio a propulsione nucleare "Rossiya". Lo stesso tipo di reattore verrà utilizzato nelle centrali elettriche galleggianti previste. Foto: Rosatom

Mosca completa il primo reattore RITM-200S, destinato a una flotta di quattro centrali nucleari galleggianti che entro il 2031 alimenteranno uno dei più grandi giacimenti di rame e oro del pianeta.

Il nucleare galleggia nell’Artico russo

Lo scorso 27 maggio l’agenzia nucleare russa Rosatom ha annunciato il completamento del primo reattore di seconda generazione destinato alle proprie centrali nucleari galleggianti. Si tratta del RITM-200S, una versione modificata e potenziata del reattore RITM-200 già impiegato sulle rompighiaccio di ultima generazione del Progetto 22220, come riporta il Barents Observer. Il reattore è stato costruito presso lo stabilimento ZiO-Podolsk, alle porte di Mosca, e verrà ora trasferito per via ferroviaria fino ai cantieri navali Baltijskij di San Pietroburgo, dove sarà installato sulla prima delle nuove unità galleggianti.

chiatta nucleare
La chiatta a più piani è arrivata al cantiere navale Baltisky di San Pietroburgo a marzo e sono ora in corso i lavori per l’installazione dei due reattori nucleari.

La struttura della chiatta destinata a ospitarlo, lunga 140 metri e larga 30, è arrivata nei cantieri di San Pietroburgo lo scorso marzo dopo una traversata silenziosa dalla Cina. L’obiettivo dichiarato da Rosatom è portare a regime quattro centrali nucleari galleggianti di seconda generazione al largo della Čukotka entro il 2031.

Una flotta nucleare per una sola miniera

La novità non riguarda solo la tecnologia, ma soprattutto la sua destinazione. Le quattro nuove unità non sono pensate per servire le isolate comunità della Čukotka, già rifornite dalla Akademik Lomonosov, prima centrale nucleare galleggiante al mondo, operativa dal 2019 nel porto di Pevek. Le nuove centrali verranno ormeggiate a Capo Nagloynyn, sulla costa settentrionale della regione affacciata sulla Baia di Čaun, e collegate tramite una linea ad alta tensione di oltre 400 chilometri al giacimento di Baimskaja, uno dei più grandi depositi inesplorati di rame e oro al mondo.

Il progetto minerario richiederà circa 300 MW di potenza elettrica continua, una domanda impossibile da soddisfare con la rete esistente in una regione dove tutti gli abitanti della Čukotka, distribuiti su oltre 700.000 chilometri quadrati (più di due volte l’estensione dell’Italia), non superano i 50.000.

Un salto tecnologico

Il RITM-200S rappresenta un’evoluzione significativa rispetto ai reattori installati a bordo della Lomonosov. Mentre la versione per rompighiaccio del RITM-200 ha una capacità termica di 175 MW, la variante per centrale raggiunge i 198 MWth, ovvero circa 106 MW elettrici per unità galleggiante. Ogni centrale ospiterà due reattori, per una potenza nominale complessiva del sistema di 424 MWe, con la quarta unità tenuta di riserva per coprire le finestre di ricarica e manutenzione e una potenza operativa effettiva di circa 318 MWe.

Secondo Rosatom, il nucleo del nuovo reattore contiene quattro volte l’energia del nucleo del KLT-40S attualmente in uso sulla Lomonosov, e l’intervallo tra una ricarica e l’altra di combustibile è stato portato a cinque anni, contro i tre attuali. La vita utile prevista è di quarant’anni. Si tratta del primo caso al mondo in cui un grande progetto minerario verrà alimentato interamente da reattori nucleari galleggianti, un primato che Rosatom rivendica anche in vista di una possibile commercializzazione internazionale verso Paesi interessati a soluzioni energetiche per aree remote o offshore.

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La prima centrale nucleare galleggiante è situata nel porto di Pevec, nell’estremo oriente della Russia. (Foto: Rosatom)

Ritardi cinesi e silenzi russi

Il quadro, però, è meno limpido di quanto i comunicati ufficiali lascino intendere. La costruzione degli scafi è stata affidata al cantiere cinese Wison Heavy Industries di Nantong, sulla base di un contratto da 225,8 milioni di dollari firmato nel 2021, perché i cantieri russi non avevano capacità sufficiente per rispettare i tempi. Il primo scafo sarebbe dovuto arrivare in Russia entro l’ottobre 2023, ma è giunto a San Pietroburgo soltanto a fine marzo 2026, con due anni e mezzo di ritardo.

Il dato è stato denunciato dal Centro di trasparenza ambientale di Bellona, che osserva come l’intera operazione di traino dalla Cina sia avvenuta in un quadro di “silenzio quasi totale” da parte di Rosatom e dei suoi affiliati. Secondo l’analista Dmitrij Gorčakov, la riluttanza russa a pubblicizzare la consegna potrebbe dipendere da considerazioni di sicurezza, dalla volontà di proteggere i partner cinesi dal rischio di sanzioni secondarie, oppure dall’imbarazzo di dover ammettere che un progetto-vetrina della tecnologia russa è in larga parte realizzato in Cina.

Un nodo diplomatico nel Baltico

A questo si aggiunge una questione sensibile sul piano della sicurezza nucleare. Rosatom non ha chiarito ufficialmente dove il combustibile verrà caricato e dove i reattori subiranno il primo avviamento, una scelta che nel 2018, per la Akademik Lomonosov, era stata risolta dopo forti pressioni norvegesi spostando l’operazione nel porto artico di Murmansk.

Stando però all’analisi di Gorčakov, esiste un’elevata probabilità che, questa volta, il caricamento dell’uranio e l’avviamento dei reattori avvengano direttamente ai cantieri Baltijskij di Kaliningrad, l’enclave russo nel Baltico come è ormai pratica consolidata per tutti i rompighiaccio di Progetto 22220 alimentati dai medesimi RITM-200. In quel caso, la centrale sarebbe trainata attraverso il Mar Baltico e attorno alla Penisola Scandinava con combustibile uranifero a bordo e reattori già parzialmente attivati.

A questo proposito va sottolineato che la cooperazione bilaterale tra Oslo e Mosca sulla sicurezza nucleare nell’Artico, attiva per quasi trent’anni, è stata interrotta dopo l’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022. L’eventuale traino di una chiatta nucleare con uranio a bordo lungo le coste norvegesi, in un Baltico dove ogni movimento marittimo russo viene letto con preoccupazione dai Paesi NATO, rischia di diventare un nodo diplomatico significativamente più complesso rispetto a sette anni fa.

Oltre Baimskaja

Quello che si sta installando ai cantieri di San Pietroburgo non è l’ultimo passo della strategia russa. Lo scorso novembre, a margine della World Nuclear Week, il vicedirettore generale di Rosatom Andrej Nikipelov ha annunciato lo sviluppo di una terza generazione di centrali galleggianti, denominata provvisoriamente “Power Plant 180”, con potenza elettrica di 180 MW per unità.

reattore nucleare russo
Rosatom ha completato la prima unità di reattore RITM-400 per la rompighiaccio a propulsione nucleare “Rossiya”. Lo stesso tipo di reattore verrà utilizzato nelle centrali elettriche galleggianti di ultima generazione. Foto: Rosatom

Il salto sarà reso possibile dall’adozione del reattore RITM-400, uno sviluppo del RITM-200 con potenza termica portata a 315 MW e già realizzato in due esemplari, destinati al nuovo rompighiaccio Rossija (Progetto 10510) in costruzione presso il cantiere Zvezda nell’Estremo Oriente russo. Nikipelov ha specificato che la futura flotta sarà declinata in due tagli, uno da 106 MW per le regioni artiche e uno da 100 MW pensato per le regioni meridionali e per l’esportazione, segnale chiaro che la commercializzazione internazionale non è più soltanto un’opzione teorica.

Le criticità di fondo

Restano sul tavolo le criticità strutturali del modello galleggiante, già affrontate nell’analisi precedente di Osservatorio Artico su questo tema. Lo smaltimento del combustibile esaurito in una regione remota e climaticamente ostile, il trasporto di materiale radioattivo lungo la Rotta Marittima Settentrionale, il rischio di incidenti in un ecosistema dove gli inquinanti permangono più a lungo a causa del freddo, la questione irrisolta del deposito a lungo termine delle scorie.

Sono problemi che la seconda generazione, più potente e più numerosa, è destinata ad amplificare. Quello che la notizia conferma, tuttavia, è la determinazione di Mosca a fare della tecnologia nucleare galleggiante uno dei pilastri della propria strategia artica, sia come strumento di sviluppo industriale interno, sia come prodotto di esportazione verso quei Paesi che guardano con crescente interesse alle soluzioni russe per l’approvvigionamento energetico delle aree remote.

Enrico Peschiera

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Autore

  • Enrico Peschiera

    Ho studiato Relazioni Internazionali e oggi mi occupo di comunicazione aziendale. Scrivo qui perché l'Artico è una frontiera di profondi cambiamenti che meritano di essere raccontati. Genovese e genoano.

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