Dalla cerimonia alla Baia del Re all’intervista con l’Inviato Speciale del MAECI per l’Artico Agostino Pinna: il centenario del dirigibile Norge rilancia il legame tra Roma e Oslo in un momento geopoliticamente delicato per le Svalbard.
Un legame duraturo tra Roma e Oslo
C’è un pilone di attracco che regge ancora, a Ny-Ålesund. È quello che cento anni fa trattenne il dirigibile Norge nelle ore che precedettero la sua partenza verso il Polo Nord. Intorno non c’era quasi niente: qualche baracca, una miniera di carbone semidiroccata, un molo. Oggi il villaggio scientifico più settentrionale d’Europa ospita stazioni di ricerca di una dozzina di Paesi, e quella targa commemorativa ai piedi del pilone è diventata un simbolo. L’11 maggio scorso, esattamente un secolo dopo il decollo del Norge, una delegazione italo-norvegese si è ritrovata in quel punto preciso per ricordare un’impresa e per chiedersi cosa significhi, oggi, portarla avanti.

La cerimonia ha riunito a Ny-Ålesund il Presidente del CNR Andrea Lenzi, l’Ambasciatore italiano a Oslo Stefano Nicoletti, le direttrici degli istituti polari dei due Paesi (Giuliana Panieri per il CNR e Camilla Brekke per l’Istituto Norvegese di Scienze Polari), oltre all’On. Andrea Orsini, all’Inviato Speciale dell’Italia per l’Artico, Agostino Pinna, e a Francesco Corvaro, Inviato Speciale del Governo per il Cambiamento Climatico. Un programma articolato, con workshop scientifici sul cambiamento climatico, una serata nella casa di Amundsen e discorsi istituzionali sotto al punto di ancoraggio del dirigibile, ha accompagnato la giornata. C’è stato anche il tempo per salire su un motoscafo nel fiordo di Ny-Ålesund e guardare da vicino il ritiro del ghiacciaio. Uno spettacolo che da solo vale il viaggio, e che dice più di mille statistiche.
Cent’anni, un legame che si rinnova
Il filo che lega il 1926 al 2026 non è solo commemorativo. Lo ha sottolineato con forza il Presidente del CNR Andrea Lenzi, ricordando come l’eredità del Norge si riveli “più attuale che mai”, in un momento in cui “le regioni polari, un tempo percepite come remote e marginali, sono divenute centrali per comprendere le dinamiche del cambiamento globale. L’appuntamento è stato preparato grazie al coordinamento dei centri di ricerca italiani e norvegesi, ed è stato molto sentito anche dalla parte norvegese”, racconta l’Inviato Speciale Pinna, di ritorno dalla cerimonia. Nel 1997 il CNR ha inaugurato la Stazione Artica “Dirigibile Italia”, prossima a compiere trent’anni, che porta nel nome il ricordo diretto dell’impresa successiva a quella del Norge. Una presenza scientifica continua, riconosciuta dalla comunità internazionale, che rappresenta uno dei punti di forza dell’Italia nell’Artico.
“Hanno accolto con molto favore la nostra presenza alle Svalbard, perché è un tema ancora vivo. Una ricorrenza forte a livello emotivo e scientifico, che ha legato ulteriormente Italia e Norvegia, e che ci consente oggi di avere un legame duraturo e corroborato da una componente scientifica in fase di costante espansione. Una marcia in più decisiva per la nostra ricerca nell’area polare. Quello che ho colto nei contatti diplomatici con la controparte è un approccio norvegese sull’Artico molto maturo: non accettare provocazioni, gestire e rafforzare la preparazione e la prontezza nelle eventuali risposte politiche e militari, ma senza alimentare la narrativa bellicista. Anzi, cercando di mantenere il punto e tenere aperte alcune porte di ripresa dei contatti con la controparte. C’è cautela, molto senso di responsabilità”.
Cosa rappresenta questo centenario per la posizione dell’Italia nell’Artico?
“A distanza di cento anni questo legame tra il nostro Paese e la Norvegia è ancora un esempio di collaborazione e cooperazione scientifica, e oggi rappresenta anche un forte veicolo di contatto tra i due Paesi. La Norvegia è il Paese artico per eccellenza in ambito europeo. L’Italia sostenne le rivendicazioni norvegesi durante il Trattato di Parigi del 1920, e quindi il legame è ancora più solido. La nostra stazione artica ‘Dirigibile Italia’ è prossima a compiere trent’anni alle Svalbard, altro traguardo importante per il sistema di ricerca nazionale, e per la rilevanza che ha questo centro per la ricerca scientifica internazionale.”

“La tecnologia dell’epoca era visionaria, e così anche oggi investire in tecnologia per la ricerca — penso ai droni sottomarini e alla sensoristica subacquea, ma anche al settore spaziale — può essere un’opportunità di crescita sistemica e integrata, che darà risultati anche in campo diplomatico. Il prossimo anno la nave da ricerca Laura Bassi sarà probabilmente in Artico per una campagna. E la costanza decennale del Programma ‘High North’, insieme al nostro legame con Ny-Ålesund, rappresentano tutti insieme un impianto ben strutturato di presenza con finalità scientifica e di cooperazione.”
Le Svalbard di oggi sono un territorio sotto pressione: rivalità geopolitica, turismo in espansione, infrastrutture in costruzione, ghiacci che si ritirano. In questo contesto, la presenza scientifica italiana non è un lusso commemorativo. È una leva che abbiamo per sedere al tavolo delle decisioni su un’area che, come ha detto il Presidente Lenzi, è diventata “centrale per comprendere le dinamiche del cambiamento globale”. Il pilone di attracco di Ny-Ålesund è ancora lì. E regge ancora.
Leonardo Parigi
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