Oslo fa un passo deciso per proteggere l’infanzia: il governo norvegese presenterà in parlamento entro la fine dell’anno un disegno di legge che vieta ai minori di 16 anni l’accesso ai social media, con obbligo di verifica dell’età a carico delle piattaforme tecnologiche. Ma nelle regioni artiche, i social media sono insieme una minaccia e, per molti giovani, l’unico filo di connessione col mondo.
Oslo alza l’asticella
Il governo laburista di minoranza guidato dal premier Jonas Gahr Støre ha annunciato l’intenzione di presentare entro la fine del 2026 un disegno di legge che porterà a 16 anni l’età minima per l’iscrizione ai social media in Norvegia. Una mossa che supera persino le precedenti intenzioni norvegesi: fino a pochi mesi fa, Oslo stava valutando un limite a 15 anni, ma la nuova proposta spinge più in là. “Vogliamo un’infanzia in cui i bambini possano essere bambini”, ha dichiarato Støre. “Il gioco, le amicizie e la vita quotidiana non devono essere conquistati dagli algoritmi”

Il punto più rilevante della proposta norvegese non è solo il limite d’età, ma chi dovrà farlo rispettare. La legge scaricherà sulle piattaforme tecnologiche l’obbligo di implementare sistemi efficaci di verifica dell’età. Un approccio che affronta un problema concreto: nonostante il limite attuale di 13 anni, più della metà dei bambini di nove anni è già attiva sui social, con il 58% dei bambini di dieci anni e il 72% degli undicenni che utilizza piattaforme social. I minori aggirano facilmente i controlli inserendo date di nascita false, e solo sistemi strutturali possono arginare il fenomeno.
Un’onda globale che parte dall’Australia
La Norvegia non si muove da sola. Il vero apripista è stata l’Australia, che a fine 2024 ha approvato il primo divieto al mondo per i minori di 16 anni, coprendo piattaforme come Instagram, Facebook, TikTok, Snapchat, YouTube e X. Da allora si è scatenata una reazione a catena: la Francia ha approvato una legge con divieto per i minori di 15 anni in vigore da settembre 2026, la Spagna ha proposto un divieto per i minori di 16 anni, la Danimarca ha annunciato restrizioni per i minori di 15 anni con eccezioni genitoriali, l’Austria ha concordato un divieto per i minori di 14 anni, e anche Italia e Slovenia hanno presentato disegni di legge nel 2026. Anche la Turchia, sull’onda di una strage scolastica, ha approvato di recente un divieto per i minori di 15 anni.

A livello europeo il consenso politico cresce, anche se manca ancora un’azione unitaria. Il Parlamento europeo ha approvato a novembre 2025 una risoluzione che chiede di fissare a 16 anni l’età minima per iscriversi alle piattaforme social in tutta l’Unione. E i cittadini sembrano d’accordo: secondo l’Eurobarometro 2025, più del 90% degli europei ritiene urgente intervenire per proteggere i minori online, in particolare riguardo all’impatto negativo dei social sulla salute mentale (93%) e al bullismo online (92%).
Artico: quando i social media aggravano l’isolamento
Le regioni artiche offrono un osservatorio privilegiato – e in parte preoccupante – su questi fenomeni. Uno studio pubblicato ad aprile 2025 sulla rivista Dialogues Health e condotto dalla Sami Norwegian National Advisory Unit for Mental Health and Substance Use, ha analizzato i dati di oltre 2.000 studenti delle superiori del Finnmark, la contea più settentrionale della Norvegia.

I risultati sono netti: l’uso dei social media è associato a stati emotivi ed esperienze negative, tra cui depressione e molestie sessuali, e l’uso intensivo è correlato a ridotta attività fisica e scarse interazioni faccia a faccia, aggravando le sfide regionali legate all’isolamento geografico e alla diversità culturale. In un territorio dove i centri giovanili vengono chiusi per spopolamento e la soddisfazione per la vita locale è già inferiore alla media nazionale, l’algoritmo tende a riempire un vuoto che le istituzioni non riescono a colmare, con conseguenze sulla salute mentale che si sommano a fragilità preesistenti.
Quando i social media sono l’unico ponte col mondo
Eppure il quadro artico non è del tutto buio, e questo è il nodo che rende la questione legislativa più intricata nelle regioni polari, specialmente per quanto riguarda le popolazioni indigene. L’uso dei social media tra i giovani indigeni è largamente diffuso e, in molte comunità remote di Alaska, Canada settentrionale e Groenlandia, rappresenta spesso l’unico canale di connessione con realtà al di fuori del villaggio.
Lo stesso Consiglio Artico ha sfruttato questa dinamica in chiave positiva: il progetto CREATeS ha coinvolto giovani indigeni di Sápmi, Canada e Alaska nella produzione di storie digitali per la prevenzione del suicidio, creando connessioni tra giovani Sámi, Inuit del Canada e dell’Alaska che altrimenti non si sarebbero mai incontrati.
La sfida per i legislatori sarà dunque quella di distinguere tra uso patologico e uso compensatorio, riconoscendo che in un villaggio sperduto sopra il Circolo Polare, Instagram può essere tanto una trappola quanto una finestra sul mondo.
Enrico Peschiera









