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L’energia come arma: Trump “nazionalizza” Alaska LNG?

Foto di Ashlyn O'Hara

Il memorandum firmato da Trump che invoca il Defence Production Act per le infrastrutture energetiche prova a sbloccare il vero nodo del progetto Alaska LNG: la sua sostenibilità finanziaria.

La promessa di una svolta per l’Alaska

Il colossale progetto Alaska LNG, presentato come il fiore all’occhiello della strategia energetica e geopolitica dell’amministrazione Trump e unico progetto approvato a livello federale sulla costa del Pacifico, sta attraversando in questi giorni una fase cruciale.

Nonostante le promesse di trasformare l’Alaska in una superpotenza dell’export verso l’Indo-pacifico, i più recenti sviluppi riportati da Alaska Beacon delineano un quadro di costi fuori controllo, opacità finanziaria e la necessità di massicci sussidi pubblici. Problemi che stanno ritardando l’approvazione finale d’investimento da parte degli investitori e della cornice fiscale e legislativa da parte del Senato dell’Alaska, una tappa fondamentale per dare davvero il via alla costruzione di questa ambiziosa infrastruttura energetica.

Eppure, pochi giorni fa, il Segretario all’Energia Chris Wright ha dichiarato al Senato americano, interrogato al riguardo dalla senatrice Lisa Murkowski, che Alaska LNG è la sua priorità numero uno. E solo poche ore prima, il presidente Trump ha firmato un memorandum che invoca il Defense Production Act per le infrastrutture di gas naturale e GNL. Si tratta di un atto normalmente associato a emergenze di sicurezza nazionale, che autorizza il Segretario all’Energia a effettuare acquisti, impegni e strumenti finanziari per abilitare questi progetti.

Costi lievitati

L’infrastruttura, che prevede un impianto di trattamento a Prudhoe Bay, un gasdotto di oltre 1.300 km e un terminale di liquefazione a Nikiski, era stata inizialmente valutata circa 44 miliardi di dollari. Tuttavia, questa cifra è considerata superata da almeno un decennio, senza contare che di questo progetto si parla da quasi quarant’anni.

alaska lng project
Mappa del progetto dal sito ufficiale di Alaska LNG

Gli sponsor del progetto, la compagnia Glenfarne al 75% e lo Stato dell’Alaska attraverso la controllata Alaska Gasline Development Corporation, avrebbero recentemente aggiornato al rialzo le stime dei costi. Ma non le hanno rese pubbliche, sollevando polemiche e dubbi sulla reale fattibilità di questo progetto. E in questo contesto, la crisi di Hormuz gioca un ruolo ambivalente, facendo lievitare i costi di materiali e logistica, ma contemporaneamente rendendo il progetto strategicamente più rilevante e urgente.

Questo nodo finanziario è stato riconosciuto apertamente anche da Washington. Wright, testimoniando al Senato, ha ammesso che finanziare la costruzione dei 1300 km di gasdotto è “complicato”: “Il terminal LNG non è difficile da finanziare, ma non possiamo farlo senza finanziare prima il gasdotto. Stiamo esplorando ogni strada possibile“, ha affermato. E questa strada potrebbe risiedere proprio negli strumenti straordinari messi in campo da Trump all’inizio di questa settimana.

Una legge creata per la guerra

Il memorandum firmato da Trump il 20 aprile invoca la Sezione 303 del Defense Production Act del 1950, una legge nata durante la guerra di Corea per garantire forniture strategiche in tempo di emergenza, applicandola per la prima volta alle infrastrutture di gas naturale e GNL.

Il memorandum determina che gasdotti, impianti di compressione, stoccaggio, liquefazione e terminali di esportazione di GNL sono “risorse industriali essenziali alla difesa nazionale“, e che senza un intervento presidenziale l’industria privata “non può ragionevolmente fornire queste capacità nei tempi necessari a causa di vincoli finanziari, tempi di costruzione, ritardi nei permessi e colli di bottiglia infrastrutturali”.

In concreto, questo significa che Wright potrà ora sottoscrivere garanzie di prestito federali, impegni d’acquisto a lungo termine, co-investimenti o persino acquisizioni di partecipazioni in progetti privati, senza dover soddisfare le condizioni che normalmente frenano l’uso di questo strumento.

Trump vuole nazionalizzare?

Non si tratta, beninteso, di un effettivo potere di nazionalizzazione. Tale pratica vedrebbe lo Stato federale acquisire direttamente la proprietà e il controllo di aziende private, una casistica che, per usare un eufemismo, è difficilmente applicabile alla società statunitense. Ma è a tutti gli effetti uno strumento di intervento dello Stato nell’economia che potrebbe avere degli importanti effetti indiretti sull’approvazione di Alaska LNG.

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L’atto firmato da Donald Trump ai sensi del Defense Production Act non modifica il percorso formale di approvazione dell’Alaska LNG, che resta vincolato alle procedure già esistenti. In particolare, il progetto non può avanzare senza il passaggio decisivo presso il Parlamento dello Stato dell’Alaska, che deve approvare il quadro fiscale e normativo, incluse eventuali agevolazioni come quelle proposte dal governatore Mike Dunleavy, che stanno trovando l’opposizione di alcuni legislatori dello Stato dell’Alaska.

Tuttavia, il memorandum agisce sul vero nodo ancora irrisolto del progetto, ovvero la sostenibilità finanziaria e il raggiungimento della decisione finale di investimento da parte della costellazione di aziende partner, che ad oggi non hanno ancora sottoscritto alcun accordo vincolante ma soltanto dei contratti preliminari.

Il peso dei sussidi e lo scontro politico

Per rendere l’opera economicamente sostenibile, il Governatore repubblicano Mike Dunleavy vuole introdurre una legislazione che prevede massicce agevolazioni fiscali. Il regime attuale, una tassa sulla proprietà, verrebbe sostituito con un’imposta basata sulla quantità di gas che scorre attraverso il gasdotto, anziché sul valore patrimoniale dell’infrastruttura stessa.

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Il governatore dell’Alaska Michael J. Dunleavy (il più alto, terzo da destra) è raffigurato qui con i rappresentanti di ConocoPhillips, Mitsubishi, TOGAS e JERA, i partner originali del progetto Alaska LNG. La foto risale al 2019 (fonte: flickr.com)

Per quanto riguardo lo sgravio fiscale proposto dal Governatore, secondo le proiezioni lo Stato dell’Alaska riceverebbe 8,4 miliardi di dollari di tasse dal gasdotto entro il 2042, in base alla legislazione vigente, rispetto agli 829 milioni di dollari previsti dalla proposta del governatore. Sostanzialmente un taglio del 90%, ma AGDC e Glenfarne hanno dichiarato esplicitamente che il progetto non procederà senza questo sgravio fiscale massiccio. E la senatrice dell’Alaska Cathy Giessel ha espresso dubbi sulla solidità di Glenfarne, sottolineando come la società stia chiedendo enormi sacrifici ai contribuenti pur mantenendo segrete le informazioni finanziarie.

Corsa contro il tempo

L’impasse è aggravata dal tempo. La sessione legislativa si chiude il 20 maggio 2026 e se il disegno di legge non passa entro quella data, decade. E poiché Dunleavy è al suo ultimo mandato, la prossima sessione vedrà un governatore diverso, con priorità potenzialmente diverse.

Il memorandum firmato da Trump non cambia le regole del gioco, ma interviene nel punto in cui il progetto è realmente bloccato. Alaska LNG non è più ostacolato dalle autorizzazioni, in larga parte già ottenute, bensì dalla difficoltà di trasformare un’infrastruttura approvata in un investimento sostenibile. Il ricorso al Defense Production Act rappresenta un tentativo di colmare il divario tra ambizione e realtà economica, riducendo il rischio per gli investitori e rafforzando la credibilità del progetto.

Resta tuttavia aperto il passaggio decisivo. Quello politico interno all’Alaska, dove il Parlamento è chiamato a decidere se accettare il costo fiscale di un’infrastruttura che, pur strategica a livello nazionale, continua a sollevare interrogativi sulla sua reale sostenibilità. Mancano meno di tre settimane: la finestra politica per realizzare Alaska LNG non è mai stata così aperta. Ma si sta per richiudere.

Enrico Peschiera

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Autore

  • Enrico Peschiera

    Ho studiato Relazioni Internazionali e oggi mi occupo di comunicazione aziendale. Scrivo qui perché l'Artico è una frontiera di profondi cambiamenti che meritano di essere raccontati. Genovese e genoano.

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Ho studiato Relazioni Internazionali e oggi mi occupo di comunicazione aziendale. Scrivo qui perché l'Artico è una frontiera di profondi cambiamenti che meritano di essere raccontati. Genovese e genoano.

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