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Leggende Groenlandesi, intervista a Bruno Berni

Fonte: Greenland Travel

Intervista al traduttore Bruno Berni

Siamo sull’isola più grande del mondo, con una scarsissima densità di popolazione: il numero di abitanti totali è di appena 55 mila persone e la Groenlandia, a livello morfologico, cela un mistero: sotto la coltre di ghiaccio dello sterminato altipiano interno si nasconde la terra o scorre l’oceano?

Il Cacciatore e lo Sciamano

Se per gli scienziati la domanda resta piuttosto complessa, per gli inuit quello è l’inferno. Un luogo infuocato e caotico nell’immaginario europeo, gelato e burrascoso in quello inuit: dentro l’altipiano, infatti, vagano i demoni. Guai, quindi, a metterci piede.

Questa è solo una delle tante credenze pagane del popolo amerindio groenlandese. Tante altre, poi, si nascondono nel credo di un popolo piuttosto sconosciuto agli occhi del mondo: Leggende Groenlandesi è una raccolta di racconti che permette di conoscere, in Italia, più a fondo la spiritualità (e non solo) delle comunità inuit

Un libro che permette di toccare quegli infiniti spazi nevosi lungo la costa atlantica e del Mar Glaciale Artico, di vivere quella natura che mette a dura prova la vita dell’uomo, di fantasticare sul mare e sul cielo artico in un mix di spiritualità e filosofia. Sullo sfondo, storie autoctone ben distanti dalla visione fantastica dell’uomo nordico-europeo. 

Il nuovo libro di Iperborea

Bruno Berni (già attivo anche con la traduzione di Fiabe Lapponi nel 2014) porta questa volta nelle case d’Italia una raccolta di leggende che, fino al momento della pubblicazione, erano prevalentemente sconosciute per chi non ha mai conosciuto in prima persona la Groenlandia, specie quella, autentica e genuina, della costa Est.  Sono tante le storie inserite nel volume: narrazioni esotiche in un universo di neve e ghiaccio ben diverso, per tracciare un parallelismo, dal rapporto uomo-natura insito nella cultura europea, sia essa quella alpina o quella nordica. 

Qui, le vicende variano: ci sono quelle del cacciatore, che vive ogni giorno contando sulle sorti – benevoli e benefiche, avverse e dannose – della natura. Quelle dello sciamano, che anche nella cultura inuit assume il ruolo di un grande guardiano dello spirito umano, cercando di dare conforto alla dura vita locale. Quelle, ancora, degli animali polari, affascinanti ma anche ribelli, che possono assumere le sembianze, gli umori e i comportamenti umani. Infine, quelle del “re”: il clima, il più potente elemento che spaventa l’uomo groenlandese ma che è anche capace di dargli una certa sicurezza spirituale, addolcendogli in un certo senso la visione religiosa.    

Leggende Groenlandesi è un prezioso documento, capace di riportare importanti fonti della cultura secolare di un Paese, la Groenlandia, appartenente alla Danimarca storicamente e politicamente e all’America geograficamente e culturalmente. È la frontiera, infatti, dei popoli amerindi che dall’Asia giunsero, tanti secoli fa, attraverso lo stretto di Bering.  


L’intervista a Bruno Berni

Buongiorno signor Berni e grazie per il suo intervento a Osservatorio Artico. Le leggende groenlandesi nei secoli erano tramandate di generazione in generazione: grazie a Knud Rasmussen, si sono potute tradurre in danese. Era un personaggio, Rasmussen, davvero poliedrico: quanto è stato importante per la storia groenlandese? Era fondamentale?

Bruno Berni

«Le leggende groenlandesi sono state sempre tramandate in forma orale. Nel corso del tempo, da quando la Danimarca, nel Settecento, ha ripreso i contatti, ci sono stati singoli tentativi di pubblicazione di testi trascritti, sempre in danese, dagli studiosi. Ma il ruolo di Knud Rasmussen per la cultura degli Inuit della Groenlandia è incomparabilmente più importante di quello di chiunque altro.

Rasmussen era nato in Groenlandia, aveva una nonna groenlandese, era cresciuto parlando la lingua e usava, per esempio, gli oggetti utili tipici della vita degli inuit, come per esempio la slitta. Il suo contributo allo studio della cultura inuit è stato determinante in diversi campi e questo riguarda anche le culture inuit del Canada, che descrive per esempio nel suo Grande viaggio in slitta».

Le letterature, in particolar modo a partire dall’Ottocento, sono uno dei veicoli verso cui catalizzare il consenso di unità nazionale e regolare la lingua nazionale standard. Fu così, per esempio, per le isole Far Øer, restando nel Nord. Per la Groenlandia, il discorso è uguale? C’era già, ai tempi di Rasmussen (se non prima), un’idea di costruzione di Stato-Nazione anche passando per la lingua nazionale e la letteratura oppure quel sentimento è giunto, in Groenlandia, molto più tardi?

«È vero che le raccolte di fiabe al Nord – soprattutto in Norvegia e nelle Faer Øer, ma anche in Islanda – hanno rappresentato un catalizzatore del sentimento di unità nazionale, ma questo non può essere detto delle fiabe della Groenlandia, che furono raccolte da Rasmussen in danese, cioè nella lingua che – comunque vediamo le cose – apparteneva al ‘dominatore’.

La prefazione moderna all’ultima ristampa della raccolta dalla quale ho tratto i testi che ho tradotto – una ristampa anastatica del 1979, la raccolta era degli anni Venti del Novecento – sottolinea l’importanza dell’opera per la cultura groenlandese, ma auspica anche una pubblicazione dei testi nella lingua originale. Pubblicazione che, a oggi, non è mai avvenuta. 

Inoltre, ciò che riguarda le altre culture del Nord – culture di Paesi politicamente indipendenti – non riguarda la Groenlandia, che nonostante l’avanzato grado di autogoverno raggiunto negli ultimi decenni, è tuttora parte della Danimarca. Credo che una forma di autonomia sia sempre più ambita, soprattutto negli ultimi anni, con una maggiore consapevolezza ‘nazionale’, ma che una vera indipendenza sia un processo lento per motivi soprattutto economici.

Il problema è molto complesso e non sono la persona giusta per analizzare eventuali soluzioni, ma credo che se dovessi immaginare una prospettiva politica per la Groenlandia, la vedrei accostarsi sempre più al Nunavut, il territorio inuit del Canada, che è lì a due passi».

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Knud Rasmussen

Non possiamo parlare di fate, castelli, principesse, re… perché parliamo di tutt’altra cultura rispetto a quella nordica-germanica, latina o ugro-finnica. Possiamo, piuttosto, parlare di animali selvatici, aldilà, sciamani, matrimoni tra uomini e animali, ghiaccio e neve. A partire da questi elementi, si può trovare una certa continuità con la cultura lappone dei Sami (pur essendo, il retaggio parentale di questo popolo, di origine ugro-finnico)?

«In effetti nella tradizione inuit non ci sono castelli, principesse e re, per ovvi motivi. C’è invece una natura talmente ostile da non essere nemmeno ‘matrigna’; è una natura rispettata, ossequiata persino, perché da lei dipende la sopravvivenza. Il gelo, il vento, i ghiacci, e perciò la presenza di prede, sono aspetti governati con capriccio dai quali l’uomo non può difendersi, e perciò deve rispettare regole e tabù per poter sperare di superare la stagione più inclemente, che è lunghissima. Di conseguenza anche gli animali, le prede, sono oggetto di rispetto, prima e persino dopo la caccia, e lo sciamano è il tramite perché conosce i modi per ottenere i favori della natura e degli animali.

L’assenza degli elementi magici che non siano quelli sciamanici, l’esistenza di mondi paralleli con esseri a volte positivi, altre volte ostili, il rapporto con la natura severa, sono certamente elementi comuni anche alla cultura della regione sami – di cui un poco mi sono occupato, perché anch’essa è storicamente mediata in buona parte nelle lingue scandinave di ceppo germanico − che però di sicuro contiene anche elementi assorbiti dalle tradizioni dei Paesi scandinavi con i quali vive a strettissimo contatto. La Groenlandia invece, a causa del suo isolamento geografico, ha dei caratteri per molti versi più autonomi».

Ci sono differenze, nel racconto delle leggende e dei suoi elementi, tra l’Est della Groenlandia (quello, per eccellenza, etnicamente omogeneo) e l’Ovest, dove sorgono i più grandi centri abitati?

«Rasmussen ha suddiviso le leggende secondo la regione di provenienza. A me pare, giudicando dai suoi testi, che alcune leggende della Groenlandia del Nord siano più scarne, forse più stilizzate. Potrebbe essere che l’arte della narrazione fosse meno diffusa, ma potrebbe anche essere semplicemente che lo stile delle narrazioni sia diverso a causa delle trascrizioni».

Qual è, tra tutte, le fiabe che Lei ha tradotto in questo volume, quella che Lei preferisce di più? O, perlomeno, qual è il tema che più le affascina in questi racconti inuit?

«Non saprei dire, in fondo le ho scelte da un corpus molto più ampio – tre grandi volumi – e perciò in qualche modo sono tutte di mio gusto, e questo è un po’ il difetto delle antologie. Ho cercato di riprendere un ventaglio di temi e variazioni, per dare un panorama ampio. Però ho trovato molto interessante – sebbene sia anche molto inquietante – vedere come, in una situazione esistenziale così difficile, la vendetta – anche per il torto subito dagli antenati – fosse comunque una legge da rispettare sempre e comunque, anche a costo di perdere la vita.

Salvo poi raggiungere in alcuni casi una tale superiore saggezza da abbandonare tale proposito, ma solo grazie a un’intensa ricerca interiore. Il tema compare in diverse leggende, ma lo ritroviamo anche in narrazioni di tempi molto più recenti, come nel libro Il mio passato eschimese di Qùpersiman, uscito anni fa anche in italiano».

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Lei parla molto bene il danese, non è così? Tradurre in italiano è stato semplice per lei o Rasmussen tendeva ad elevare il proprio registro linguistico nella maniera più aulica possibile?

«Sì, il danese è la lingua che conosco meglio, dopo l’italiano. Non ho avuto grandi difficoltà, anche perché Knud Rasmussen – di cui avevo già tradotto un paio di libri − non usava in generale uno stile complesso: la sua scrittura è piuttosto concreta, lineare, a tratti persino scarna.

Anche nel caso di questi testi, che sono trascrizioni di narrazioni orali, credo si sia mantenuto molto fedele all’oralità. Ma a volte alcune scelte lessicali mi hanno portato a chiedermi quale fosse il termine in kalaallisut, ovvero nella lingua inuit di Groenlandia, perché mi sembrava palese che il termine originale dovesse avere in sé una serie di informazioni che al danese mancavano. Parlo di nomi di oggetti della vita quotidiana, a partire dalle armi.

Il kalaallisut è una lingua polisintetica, in cui i morfemi possono accumulare informazioni che nel passaggio verso il danese vanno perdute. Ma i testi originali di quelle leggende non sono mai stati pubblicati e poi, anche se lo fossero, io comunque il kalaallisut non lo conosco».

Oggi, in Groenlandia (almeno nella capitale Nuuk), ci sono biblioteche che raccolgono volumi scritti dai danesi coloni e che hanno lasciato in eredità testimonianze di ciò che accadeva in Groenlandia, almeno da quando sono giunti i danesi?

«Il rapporto con la colonizzazione – che è cambiato moltissimo negli ultimi decenni – oggi è fonte di dibattito e di una sempre maggiore consapevolezza delle proprie radici, e dunque di un interesse che rivaluta le origini assai diverse dalla ‘civilizzazione’ danese – che un tempo era imposta a danno dell’aspetto inuit. Se non sbaglio l’Università della Groenlandia, a Nuuk, ha uno specifico corso di studi che pone la cultura del Paese in prospettiva con quella del resto del mondo.

Esistono perciò corsi di studi con caratteristiche occidentali, ma anche la possibilità di approfondire la cultura nativa con lo studio della letteratura della Groenlandia, anche quella popolare, e della lingua, applicando allo studio del kalaallisut tutti gli strumenti moderni in uso per fonetica, sintassi, morfologia. Oppure di specializzarsi in biologia o sociologia artica».

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Parata per il giorno dell’Indipendenza, 2015. Fonte: Greenland Travel

Nella nostra età contemporanea ci sono romanzi, scritti da persone inuit, che parlano di Groenlandia, della vita locale e della sofferenza di un popolo che rischia l’estinzione e fatica a vivere alla maniera occidentale, imposta da Copenhagen? In Danimarca, per esempio, ne circolano in libreria e scritti, finora, solo in lingua danese?

«Ci sono diverse opere letterarie che parlano della vita in Groenlandia, sia di autori groenlandesi, sia di danesi come Kim Leine, per esempio, che ha vissuto a lungo lassù. Vari autori groenlandesi compongono le opere in lingua madre ma poi si occupano personalmente della traduzione in danese (perché il danese è molto diffuso in Groenlandia, sebbene non sia lingua ufficiale), come la giovane Niviaq Korneliussen, che sta avendo un certo successo e dal danese sta passando in altre lingue.

Il problema è naturalmente che la sola versione groenlandese limiterebbe il pubblico a pochissimi potenziali lettori, mentre il danese apre il mercato delle lingue occidentali, sebbene anche il danese non sia propriamente una lingua diffusa nel mondo.
Ma l’autogoverno degli ultimi anni, che ha riportato l’interesse sulla cultura del Paese, si è scontrato ben presto con le normali differenze generazionali: ai giovani era difficile imporre un kalaallisut troppo standard, come in qualsiasi Paese.

Però l’autonomia maggiore ha aperto altri canali, perciò c’è una TV groenlandese, una ristretta produzione cinematografica, insomma canali ‘narrativi’ più moderni e forse anche più adatti ad avvicinare i giovani alle loro tradizioni. Come del resto nel Nunavut, dove per esempio la Isuma è una produzione che negli ultimi anni ha realizzato belle cose, alcune basate sulle leggende popolari. E tra l’altro un bellissimo film, The Journals of Knud Rasmussen, sul rapporto tra Rasmussen e lo sciamano Aua di Iglulik».

Ci sono possibilità, dopo le leggende groenlandesi, di recuperare le storie degli inuit che vivono in Canada, come nel Nunavut, o in Alaska?

«C’è un’idea, che ci è venuta proprio in fase di produzione di queste Leggende groenlandesi, di aggiungere alla serie di fiabe nordiche una raccolta di leggende degli altri popoli artici. Naturalmente non me ne occuperei io. C’è già qualcosa in italiano, come Il tamburo magico, curato più di trent’anni fa da Mario Marchiori. Ma in questa serie forse un volumetto antologico si potrebbe aggiungere. Ci penseremo. Sugli Inuit del Canada feci poi un paio d’anni fa il volume Aua, che raccoglie testi di Rasmussen su quello sciamano».

Nei racconti dell’aldilà, ci sono due luoghi per la vita dopo la morte: il cielo e il mare, coi suoi elementi naturali come le vallate, le pianure, i fiumi. Le credenze inuit- diciamo “pagane” – sono rimaste tali anche oggi, mischiandosi con la cultura religiosa cristiana?

«A questa domanda non saprei rispondere nel dettaglio, perché la mia conoscenza di quella cultura ha origini ‘letterarie’ e non ho mai visitato il Paese. Ma mi pare che molti aspetti anche ‘pagani’ della cultura groenlandese siano inevitabilmente rimasti, mescolati alla cultura religiosa moderna. Ne ritroviamo le tracce nella letteratura degli ultimi decenni. Ma direi che anche leggendo Nel bianco di Simona Vinci – ovvero con gli occhi di un visitatore italiano – si intravedono nella Groenlandia di oggi echi del passato, sia dell’antica conquista vichinga, sia dello spirito delle credenze popolari inuit».

Ci sono, qui, anche prede umanizzate: sono solo coincidenze, che ci sia spesso qualcosa che assomigli alle fiabe celtiche, piuttosto che greche? I nani, per esempio, sono tipici del mondo celtico e germanico.

«Non sono un antropologo, ma credo che umanizzare il mondo animale o vegetale – per comprenderlo, forse, attribuendogli caratteristiche note – sia un processo insito nell’animo umano. Qui c’è in più certamente, almeno nei confronti degli animali, quella sorta di rispetto per le prede che gli Inuit nutrivano per timore.

La preda andava rispettata affinché svolgesse il suo ruolo di alimento ma non si offendesse, tornando perciò a farsi catturare più volte. Per quanto riguarda invece altri esseri di fattezze umane, credo che traspaia la memoria arcaica delle migrazioni dal continente americano, con reminiscenze dei contatti con le tribù indiane del Canada, sempre ostili, o talvolta i primi incontri con gli europei e le loro armi».

Nicola Pisetta

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Nicola Pisetta
the authorNicola Pisetta
Vengo dal Trentino, ho conseguito la Laurea Triennale in Lingue Moderne all'Università di Trento e attualmente frequento la Magistrale di Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna, campus di Forlì. Collaboro con diverse testate giornalistiche sui temi di politica estera, di letteratura, di cultura dei popoli, notizie di comunità e occasionalmente di sport e spettacolo.

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