ClimaScienza

COP28, ultimi giorni di negoziati sul clima a Dubai 

Fonte: www.flickr.com/ECCOthinktank

Ultime ore per la COP28 di Dubai, fra trattative sulle limitazioni ai combustibili fossili e la presenza equivoca di molti esponenti di spicco delle principali lobby energetiche.

La prima “pesata” dei Paesi riuniti a Dubai

Martedì 12 dicembre si concluderà a Dubai la ventottesima Conferenza delle Parti (COP). Si tratta del vertice globale sul clima, che ogni anno dal 1995 ad oggi – con l’unica eccezione del 2020 a causa della pandemia di Covid-19 – riunisce i quasi 200 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC). 

I negoziati si sono aperti lo scorso 30 novembre. Sono state dieci giornate dense di dichiarazioni, impegni, accordi, tutti volontari e non vincolanti – a cominciare dalla capitalizzazione del fondo Loss and Damage – volto alla compensazione dei danni causati dal cambiamento climatico ai Paesi più vulnerabili.

Tutti (o quasi) segnali relativamente significativi, ma anche ottimi specchietti per le allodole che hanno distolto l’attenzione dal cuore di questa COP: la conclusione del primo global stocktake (GST). 

Il processo di GST

Il GST è il processo di monitoraggio e valutazione quinquennale dei progressi realizzati verso gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Un po’ come se dopo cinque anni di dieta, i Paesi salissero sulla bilancia per verificare di aver perso il peso che si erano prefissati.

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Fonte: www.flickr.com/ECCOthinktank

Il rapporto di sintesi del GST presentato a COP28 ha dato un risultato decisamente preoccupante. Invece che perdere peso, abbiamo continuato a prenderne. Certo, meno di quanto ne avremmo preso se non ci fossimo proprio messi a dieta, ma comunque siamo sulla strada sbagliata.

Considerando gli impresi presi ad oggi dalle parti dell’UNFCCC, inscritti nei loro Nationally Determined Contributions (NDCs), ci dirigiamo verso un aumento di temperatura media globale compreso tra i 2.6°C e i 2.9°C. Evidentemente ci abbiamo dato dentro con gli spuntini notturni.

La speranza deve essere l’ultima a morire

In queste ore i delegati dei governi stanno continuano a negoziare sulle ormai 27 pagine del testo conclusivo del GST, il nuovo piano alimentare che definirà le sorti di questa dieta. Il tutto in un’aria pregna di scetticismo e speranze

Scetticismo perché quest’anno la COP è stata ospitata dagli Emirati Arabi Uniti, un Paese la cui ricchezza è inestricabilmente legata ai combustibili fossili,la radice velenosa” della crisi climatica secondo il Segretario Genarle delle Nazioni Unite António Guterres. Non solo: il presidente appuntato per COP28 – Sultano Ahmed Al Jaber – quando non organizza vertici sul clima, fa il direttore esecutivo della controllata petrolifera emiratina ADNOC. 

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Fonte: www.flickr.com/ECCOthinktank

Se la fiducia in questa presidenza non fosse stata già sufficientemente bassa, il colpo di grazia è arrivato con la diffusione del video di un incontro online del 21 novembre in cui Al Jaber affermava che nessuno scenario scientifico sostiene che dobbiamo smettere di bruciare petrolio, carbone e gas per contenere l’aumento di temperatura media globale entro gli 1.5°C. Insomma, a dispetto del consenso unanime di tutti i nutrizionisti del mondo, Al Jaber sostiene che il cibo spazzatura non faccia male. 

Speranze perché dalla capacità dei 198 governi riuniti dalle COP di mantenere in vita – e scalare – gli obiettivi di mitigazione, adattamento e finanziamento di Parigi dipendono milioni di vite e la possibilità per le nuove generazioni di immaginare un futuro. Arrendersi non è un’opzione

L’ago della bilancia: phase out o non phase out, e in quali termini? 

Sembra che usciremo da questa COP con due obiettivi importanti e largamente condivisi per la decarbonizzazione del settore energetico: raddoppiare il tasso annuale di miglioramento dell’efficienza energetica e triplicare la capacità di produzione delle fonti rinnovabili entro il 2030. Si sta definendo anche un Obiettivo Globale di Adattamento. Mangiare più verdura e comprare vestiti elasticizzati, per restare in metafora. 

Ma il vero ago della bilancia sta nelle 5 opzioni sul tavolo per il punto 36(c) del testo finale del GST. Quello che parla del phase out, ovvero l’eliminazione, delle fonti fossili. Per semplicità possiamo accorpare opzione 1 e 2; ed opzione 3 e 4, perché differiscono per elementi non sostanziali.

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Fonte: www.flickr.com/ECCOthinktank

Si tratta quindi di decidere tra eliminare qualsiasi tipo di cibo spazzatura (addio ai combustibili fossili); eliminare solo il cibo spazzatura le cui calorie non pensiamo di riuscire a compensare andando a correre più spesso di quanto non abbiamo mai fatto in vita nostra (addio ai combustibili fossili “unabated”, quelli non assorbiti da tecnologie di cattura e stoccaggio del carbonio); e non prendere nessuna decisione (qui la newsletter di Ferdinando Cotugno per una traduzione ancora più dettagliata e azzeccata).

Le opzioni sul tavolo

L’invito diffuso dal segretario dell’OPEC agli Stati membri dell’organizzazione a rifiutare qualsiasi opzione che riguardi “l’energia più che le emissioni” esclude l’opzione 1 e 2. Le opzioni 3 e 4 implicano affidare la transizione a tecnologie che ad oggi non sono applicabili sulla scala necessaria, che la renderebbero estremamente più lenta e costosa, e definite secondo termini pericolosamente poco chiari.

Una forma di dilazionismo climatico che ingolosisce molti paesi, ma che è inaccettabile per tanti altri. L’opzione 5, beh, sarebbe come ignorare del tutto il problema. Un’occasione mancata visto che a COP 28 il phase out è diventato finalmente il fulcro delle discussioni, dando il segnale che qualcosa si sta effettivamente muovendo (l’intromissione senza precedenti dell’OPEC ne è testimonianza).

Con ogni probabilità i negoziati andranno oltre tempo massimo, ma in ogni caso dovranno portare a una decisione. Solo a quel punto si potranno tirare le somme di questo vertice così controverso.

Annalisa Gozzi

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Annalisa Gozzi
the authorAnnalisa Gozzi
Sono una studentessa del Master in Environmental Policy all’Università Sciences Po di Parigi. Sono appassionata di comunicazione e cerco di rendere il tema del cambiamento climatico accessibile nella sua complessità.

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