Mentre si chiudeva l’accordo fra USA, Danimarca e Groenlandia, oltre 400 militari di 11 Paesi NATO si sono addestrati sull’isola, mettendo in pratica le nuove strutture di comando nell’Artico. La crisi groenlandese aveva creato una frattura politica profondissima, ma sembra aver avuto l’effetto di aumentare l’interdipendenza militare all’interno dell’Alleanza Atlantica. Al centro della trasformazione della NATO c’è la Task Force X-Arctic, creata per testare sistemi autonomi, intelligenza artificiale e nuove capacità in uno degli ambienti operativi più complessi al mondo.
Dalle minacce all’accordo di New York
Lo scorso gennaio le pressioni di Donald Trump per ottenere il controllo della Groenlandia avevano spinto la premier danese Mette Frederiksen ad affermare che un’acquisizione americana dell’isola avrebbe sancito la fine della NATO. I giorni di Davos, in questo senso, avevano poi segnato il momento di strappo più profondo, innescando più di una riflessione sull’autonomia strategica europea e una distanza fra le due sponde dell’Atlantico che non si vedeva da prima del Patto Atlantico.
Macron era giunto a sventolare l’ombrello nucleare francese come garanzia di sicurezza per un’Europa unita e “svincolata” dagli Stati Uniti, e sullo stesso tema si era anche riacceso lo stesso dibattito interno della Danimarca. E molti ricorderanno l’istantaneamente celebre discorso del premier canadese Mark Carney che ha esortato le medie potenze a unirsi e a fare squadra per non essere schiacciate dalla rivalità e dalla coercizione delle superpotenze.
“If we’re not at the table, we’re on the menu”
Ma dal fondo, paradossalmente, si è poi cominciati a risalire. Stati Uniti, Groenlandia e Danimarca hanno lavorato sottotraccia per mesi per raggiungere un accordo, che alla fine è arrivato pochi giorni fa in occasione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. Una stretta di mano e tre firme su un testo che, pur estendendo parecchio i diritti americani sull’isola, riafferma (almeno sulla carta) la sovranità danese e groenlandese. Con un dettaglio molto interessante: l’articolo XI stabilisce che, qualora la Groenlandia diventasse indipendente, il nuovo Stato dovrebbe rimanere nella NATO e assumere i diritti e gli obblighi previsti dall’accordo di difesa.
L’accordo consolida una struttura di difesa USA–Danimarca–Groenlandia che opera nel quadro del Trattato Atlantico ma che attribuisce agli Stati Uniti ampi diritti militari diretti sull’isola. Il contenuto dell’accordo è oggetto di un’analisi separata che abbiamo già pubblicato, che illustra le importanti concessioni ottenute dagli americani, nonostante avessero già ampie disponibilità di manovra sulla grande isola artica.
Il punto che vogliamo sollevare in questo articolo è piuttosto il modo in cui il rapporto fra la NATO e l’Artico si è sviluppato da quando è “scoppiata” la crisi groenlandese, che ha dimostrato piuttosto una maggiore integrazione dal punto di vista militare. Negli ultimi mesi e in modo particolare nelle ultime settimane infatti si sono moltiplicate iniziative ed esercitazioni partecipate da una vasta gamma di alleati, dimostrando che l’Artico è sempre più una priorità dell’Alleanza. Ma è anche un quadrante che pone delle sfide logistiche e operative non rimandabili: l’addestramento delle forze sul “terreno” artico e la ricerca di tecnologie e sistemi capaci di funzionare in condizioni fisiche e climatiche che mettono alla prova anche gli strumenti militari più avanzati.
Cambi ai vertici organizzativi
Il primo binario di questo nuovo corso è stato posato l’11 febbraio scorso con il lancio di Arctic Sentry, l’attività di vigilanza rafforzata che riunisce sotto un unico ombrello le esercitazioni alleate nella regione ed è affidata al Joint Force Command di Norfolk. Da allora la presenza di europei e canadesi nell’Artico è cresciuta in modo visibile, e la crisi aperta da Washington ha finito per accelerare sul terreno un’integrazione militare difficilmente immaginabile fino a un anno fa.
Un segno evidente di questo processo si è concretizzato pochi giorni fa, esattamente due giorni dopo la firma del nuovo trattato USA-Groenlandia-Danimarca. Il 24 settembre il generale britannico Nick Perry ha assunto il comando del Joint Force Command Norfolk, con una cerimonia a bordo della portaerei USS Nimitz ormeggiata a Norfolk. Si tratta del quartier generale responsabile per Nord Atlantico, Artico e regione nordica, che dirige Arctic Sentry. Perry è il primo europeo alla guida di un comando finora sempre affidato agli Stati Uniti.

Il generale Perry ha indicato come priorità la prontezza del comando, in un quadro segnato da una Russia che reinveste nella Flotta del Nord e da una Cina attratta dalla Via della Seta Polare. Ad Arctic Sentry ha riconosciuto il merito di aver prodotto nell’Alleanza “relazioni migliori, una comprensione migliore e una maggiore interdipendenza“.
Sarebbe però ingenuo leggere in questo avvicendamento il segnale di un’Europa che prende in mano le redini dell’Artico. Il comandante di un quartier generale NATO non potrebbe, per il ruolo che ricopre, descrivere l’Alleanza in termini diversi da quelli di uno strumento che funziona. La nazionalità di Perry aggiunge poi un elemento di interesse nazionale, perché il Regno Unito guarda con crescente attenzione al Grande Nord ma dispone di capacità oggettivamente limitate per presidiarlo da solo, e ha quindi tutto l’interesse a portarvi la NATO e le risorse collettive degli alleati.
Washington, dal canto suo, non ha motivo di opporsi a un maggiore attivismo europeo, finché questo alleggerisce l’impegno americano e contribuisce a risolvere problemi che altrimenti ricadrebbero sugli Stati Uniti, a condizione che tutto avvenga dentro un’intelaiatura che resta sotto il controllo americano. La stessa cessione agli europei del comando dei Joint Force Command va letta in questa chiave, perché gli Stati Uniti conservano il Comandante supremo alleato in Europa, da cui dipende la catena di comando operativa, e soprattutto le capacità abilitanti, dall’intelligence satellitare al trasporto strategico fino al rifornimento in volo, senza le quali gli alleati europei non sarebbero in grado di operare in autonomia.
Le difficoltà dell’ambiente polare
Dall’8 al 10 settembre, a Washington si è svolta la Emerging Technologies for Defense Conference & Exhibition, dove il Generale Aurelio Colagrande, Deputy Supreme Allied Commander Transformation della NATO, ha parlato anche dell’importanza strategica dell’Artico e delle esigenze specifiche che tale contesto impone dal punto di vista dell’operatività militare. Quasi contemporaneamente, dal 7 al 18 settembre, la Groenlandia ha ospitato Arctic Shield 2026, esercitazione guidata dalla Danimarca alla quale hanno partecipato oltre 400 militari provenienti da 11 Paesi NATO.

Come sottolineato da RID, la concomitanza dei due eventi è utile per approfondire il modo in cui l’Alleanza sta affrontando le sfide poste dalle particolarità fisiche e climatiche regione artica, con tutte le loro conseguenze sulla pianificazione militare. Il punto di partenza dell’intervento di Colagrande è stata proprio la constatazione che l’Artico sta diventando un’area strategica e che non può essere considerato semplicemente un’estensione di altri teatri operativi.
E dunque il problema non riguarda soltanto il numero di militari presenti nella regione. Le grandi distanze, le difficoltà nelle comunicazioni e le caratteristiche fisiche del territorio impongono infatti requisiti specifici, di conseguenza “i sistemi che ci servono per quella regione devono essere progettati solo e unicamente per quella specifica regione”, ha dichiarato Colagrande.
Addestrare un reparto nell’Artico significa insegnargli a muoversi, operare e combattere in condizioni estreme. Ma significa anche verificare se satelliti, droni, sistemi di comunicazione, sensori, piattaforme autonome e strumenti di comando e controllo siano effettivamente utilizzabili in quelle condizioni.
È proprio su questo livello di costante aggiornamento tecnologico che si concentra la Task Force X-Arctic, un’altra nuova creazione dell’Alleanza che dimostra i passi in avanti degli ultimi mesi.
La TFX-Arctic
La NATO ha lanciato la TFX-Arctic il 6 giugno 2026, quando la nave Alliance (di proprietà della NATO ma gestita dalla Marina Militare, che ogni anno la utilizza anche per la propria missione oceanografica High North) è partita da La Spezia verso il Nord Atlantico e l’Artico. L’iniziativa è guidata dall’Allied Command Transformation, il comando NATO guidato anche da Colagrande che ha tra le proprie responsabilità proprio la trasformazione delle capacità e delle modalità operative dell’Alleanza.
La TFX-Arctic nasce all’interno del Rapid Adoption Action Plan, approvato dagli Alleati al vertice dell’Aia del 2025. Il piano punta a ridurre drasticamente il tempo necessario per portare una nuova tecnologia dall’individuazione di un’esigenza militare alla sua acquisizione e integrazione. Tra gli strumenti previsti ci sono anche attività di sperimentazione in ambienti operativi realistici.
Nel caso dell’Artico, il principio viene applicato a un ambiente nel quale le difficoltà operative rendono particolarmente importante verificare sul campo le capacità tecnologiche. La prima missione della TFX-Arctic punta infatti a dimostrare come sistemi senza equipaggio collegati in rete, mantenendo il controllo umano, possano contribuire alla consapevolezza della situazione (situational awareness) in maniera persistente e su più domini, dal Nord Atlantico all’Artico e all’High North. Tra le tecnologie sperimentate figurano sistemi marittimi autonomi e altre piattaforme capaci di ampliare la capacità di sorveglianza dell’Alleanza.
L’esercitazione Arctic Shield in Groenlandia
L’esercitazione danese si è concentrata soprattutto nel sud della Groenlandia, nell’area di Narsarsuaq e Qaqortoq, con attività anche nei pressi di Kangerlussuaq, sulla costa occidentale. Tra i partecipanti figurano Danimarca, Norvegia, Finlandia, Svezia, Canada, Francia, Belgio, Paesi Bassi, Germania, Slovenia e Polonia e l’esercitazione ha coinvolto unità molto diverse tra loro. La Francia ha schierato reparti di fanteria e i Paesi Bassi marines, Finlandia e Danimarca hanno impiegato forze per operazioni speciali, il Canada ha contribuito con specialisti dell’ambiente artico, mettendo a disposizione l’esperienza maturata nelle operazioni in condizioni di freddo estremo.

Interessante per il discorso sulle nuove tecnologie è stata la compagine inviata dal Belgio, che ha inviato un distaccamento di 32 specialisti di droni provenienti da tutte le forze armate. Sebbene possa sembrare un contributo limitato, è evidente la volontà di testare la logistica e le operazioni con droni in un territorio che offre condizioni uniche. La Groenlandia infatti è caratterizzata da infrastrutture di trasporto limitate, con pochi aeroporti e una rete stradale scarsa, oltre che da un territorio montuoso, immenso e dalle condizioni meteorologiche avverse.
È evocativa, in questo senso, una delle battute ricorrenti sull’isola riportata in un’analisi del belga Egmont Royal Institute for International Relations sulla vicenda: “Qualsiasi invasione dell’isola si trasformerebbe in una missione di salvataggio nel giro di 48 ore.”
Un nuovo equilibrio nell’Artico
La crisi groenlandese, nata da una frattura politica senza precedenti tra gli Stati Uniti e alcuni dei loro principali alleati europei, avrebbe potuto mettere in discussione la stessa tenuta dell’Alleanza Atlantica. È accaduto, almeno sul piano militare, qualcosa di opposto. La crescente pressione strategica sull’Artico ha finito per accelerare processi di integrazione, aumentando la presenza degli alleati e riorganizzando le strutture di comando dell’Alleanza. Altrettanto chiara è emersa la necessità di adattarsi alle specificità operative di un ambiente che non può più essere considerato una semplice estensione degli altri teatri.
La Groenlandia si trova oggi al centro di questa trasformazione. L’accordo raggiunto tra Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia ha consolidato i diritti militari americani sull’isola e consente l’apertura di due nuove basi che ne assicureranno il controllo totale dell’isola. Lo ha fatto all’interno di un quadro che comunque continua a riconoscere la sovranità degli alleati e il ruolo della NATO. In tal senso, sembra però che l’Alleanza torni utile agli USA soprattutto quando si tratta di vincolare gli alleati, come mostra l’articolo XI, che impegna un’eventuale Groenlandia indipendente a restare nella NATO e dunque nell’orbita americana.
Parallelamente, le esercitazioni multinazionali e le nuove iniziative tecnologiche dell’Alleanza mostrano una crescente capacità – ma soprattutto volontà – degli alleati europei di operare nel Grande Nord. Ma ora più che mai per Danimarca, Francia, Germania o i Paesi nordici, essere presenti in Groenlandia sul piano militare, ma anche su quello economico e scientifico, significa muoversi dentro la cornice NATO imperniata sugli Stati Uniti.
Si spiegano così le parole del ministro della Difesa danese Jeppe Bruus, che il 28 settembre ha dichiarato di confidare in una presenza NATO duratura in Groenlandia e nell’Artico, augurandosi che Arctic Sentry diventi una missione permanente. Per Copenaghen la dimensione multilaterale è anche una forma di assicurazione nei confronti dell’alleato che fino a pochi mesi fa minacciava di prendersi l’isola.
In questo senso, la Groenlandia è diventata uno dei laboratori attraverso cui la NATO sta cercando di definire il proprio futuro, nell’Artico ma non solo.
Enrico Peschiera

