Firmato a New York il 22 settembre 2026, il nuovo accordo tra Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia aggiorna il sistema di difesa costruito nel 1951. Dalla base di Pituffik alle nuove aree di Narsarsuaq e Mestersvig, fino ai diritti di screening sugli investimenti esteri, ecco cosa cambia nel quadro giuridico della presenza americana sull’isola.

Un rapporto costruito in 85 anni

Questo articolo si concentra sul contenuto dell’accordo sulla Groenlandia appena firmato a New York e sulla sua evoluzione rispetto agli strumenti giuridici che lo hanno preceduto. Le valutazioni politiche e il negoziato che ha portato alla firma, giunta al termine di quasi due anni di tensioni a tratti molto alte tra Washington, Copenaghen e Nuuk, saranno oggetto di ulteriori analisi di Osservatorio Artico.

Per comprendere il significato del nuovo accordo di difesa tra Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia, firmato il 22 settembre nella sede delle Nazioni Unite da Donald Trump, Mette Frederiksen e dal premier groenlandese Jens-Frederik Nielsen, bisogna tornare indietro di 75 anni. Il Defense Agreement del 27 aprile 1951 costituisce ancora oggi la base giuridica della presenza militare americana in Groenlandia.

Concluso in attuazione del Trattato del Nord Atlantico, consentiva a Washington di costruire, gestire e proteggere installazioni militari all’interno di alcune Defense Areas da concordare con Copenaghen sulla base dei piani di difesa della NATO. Le radici del rapporto sono però ancora più profonde e risalgono al 1941, quando l’ambasciatore danese a Washington Henrik Kauffmann, con la Danimarca occupata dalla Germania, firmò l’accordo che affidava agli Stati Uniti la difesa dell’isola.

Negli anni della Guerra fredda la presenza americana arrivò a contare decine di installazioni e oltre 10.000 uomini nella sola base di Thule, per poi ridursi progressivamente. Intanto, il quadro giuridico veniva adattato all’evoluzione istituzionale dell’isola che acquisiva progressivamente la propria autonomia politica dalla Danimarca, sancita con il referendum sulla Home Rule del 1979. Il passaggio decisivo arrivò nel 2004 con l’Accordo di Igaliku, con cui il governo autonomo groenlandese entrò formalmente nel sistema e Thule Air Base venne indicata come l’unica Defense Area esistente.

Il cambiamento rifletteva l’evoluzione istituzionale di una Groenlandia ormai dotata di un proprio governo autonomo, e inseriva la presenza americana in un pacchetto più ampio di cooperazione economica e ambientale. Il testo dell’accordo è intervenuto quindi su un sistema già stratificato, in cui lo spazio di manovra degli Stati Uniti nell’isola era già sicuramente molto ampio, ma limitato almeno nella forma giuridica.

I passaggi chiave

La tabella seguente sintetizza i momenti chiave del rapporto tra Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia.

AnnoAvvenimentoPerché è importante
1941Accordo sulla difesa della GroenlandiaFirmato dall’inviato danese Henrik Kauffmann mentre la Danimarca era occupata, concede agli Stati Uniti il diritto di costruire e gestire basi sull’isola, nel rispetto formale della sovranità danese. È l’origine della presenza militare statunitense in Groenlandia.
1949Adesione della Danimarca alla NATOLa Groenlandia entra nel sistema di sicurezza atlantico attraverso il Regno di Danimarca e la sua posizione assume un’importanza crescente per la difesa del Nord Atlantico.
1951Defense Agreement USA-DanimarcaÈ il documento fondamentale del sistema. Regola la presenza militare americana, prevede le Defense Areas e attribuisce agli Stati Uniti ampi diritti di costruzione, uso e protezione delle installazioni. La sua durata è legata a quella del Trattato del Nord Atlantico.
1968Scambio di note dopo l’incidente di ThuleDopo lo schianto di un B-52 con armi nucleari nei pressi della base, un’intesa integrativa pone fine allo stoccaggio di armi nucleari in Groenlandia e ai sorvoli con aerei armati.
1979Home Rule della GroenlandiaLa Groenlandia ottiene l’autogoverno. Il quadro militare resta formalmente nelle relazioni tra Washington e Copenaghen, ma il coinvolgimento di Nuuk diventa progressivamente centrale.
1991Memorandum d’intesaIstituisce la Permanent Committee, la sede di consultazione e scambio di informazioni sulla presenza militare americana. È lo stesso organo cui il testo del 2026 affida l’esame delle nuove Defense Areas.
2004Accordo di IgalikuÈ la principale revisione del sistema della Guerra fredda. Thule diventa l’unica Defense Area, il governo groenlandese entra formalmente nell’accordo e il pacchetto comprende cooperazione economica, tecnica e ambientale.
2020Intesa su Thule-PituffikCon uno scambio di note e un piano comune firmati a fine ottobre, le tre parti riaffidano il contratto di manutenzione della base a imprese groenlandesi e rafforzano la cooperazione economica tra Washington e Nuuk. La base di Thule sarà ribattezzata Pituffik Space Base nel 2023.
2026Nuovo accordo USA-Danimarca-GroenlandiaIl sistema viene nuovamente ampliato con la modernizzazione di Pituffik, la nuova area di Narsarsuaq e Mestersvig, la possibilità di ulteriori aree, le installazioni senza personale permanente e nuovi diritti di accesso e movimento.

Cosa cambia con il 2026

Il nuovo accordo interviene innanzitutto sulle Defense Areas, cioè le aree nelle quali gli Stati Uniti possono stabilire o gestire basi militari secondo gli accordi di difesa. L’articolo IV consente a Washington di modernizzare ed espandere le proprie attività a Pituffik Space Base (l’ex Thule) e di istituire una nuova Defense Area a Narsarsuaq e una a Mestersvig.

Narsarsuaq, nel sud dell’isola, fu costruita dagli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale come base di Bluie West One e rimase in uso all’aviazione militare americana fino al 1958. Divenne poi il principale aeroporto civile della Groenlandia meridionale fino ad aprile di quest’anno, quando l’apertura del nuovo scalo di Qaqortoq ne ha determinato il declassamento a eliporto. Conserva una pista asfaltata adatta ad aerei pesanti, edifici e strutture portuali.

Mestersvig si trova invece sulla costa nord-orientale, in una delle regioni più remote dell’isola. La pista, lunga circa 1,8 chilometri, fu realizzata dai danesi per servire una vicina miniera di piombo e zinco e il sito è stato poi mantenuto come avamposto militare e logistico dell’Arctic Command, utilizzato anche dalla pattuglia Sirius.

Secondo l’analisi dell’esperto Lukas Wahden, l’attrattiva dei due siti è insita nella combinazione tra infrastrutture pronte all’uso e una posizione geografica strategica. Narsarsuaq può diventare un nodo logistico e aereo per le operazioni nel Nord Atlantico, comprese quelle subacquee che il nuovo testo autorizza esplicitamente, mentre Mestersvig offrirebbe un punto di osservazione privilegiato sul GIUK gap e sulle rotte atlantiche verso la Rotta del Mare del Nord. Ma Wahden nota anche che nessuno dei due siti dispone di un porto di acque profonde pienamente funzionale, un’infrastruttura che alcuni funzionari americani avevano indicato come obiettivo prioritario.

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Mappa a cura di Osservatorio Artico

La distribuzione geografica delle basi è alquanto significativa. Con Pituffik a nord-ovest, Mestersvig a est e Narsarsuaq a sud, il sistema difensivo pensato dagli Stati Uniti si evolverà da una presenza concentrata in un unico punto a una rete di strutture distribuite su tutta l’isola. Anche perché le due nuove basi non saranno le uniche installazioni militari che si insedieranno sull’isola.

Le installazioni senza personale

Una novità ulteriore riguarda le unmanned military installations, cioè installazioni militari prive di personale permanente. L’articolo V stabilisce che la Danimarca, insieme alla Groenlandia, esamini le richieste americane per realizzarle anche al di fuori delle Defense Areas attraverso procedure governative accelerate.

La disposizione amplia il concetto stesso di presenza militare oltre la base tradizionale. Un sito radar o un’infrastruttura di comunicazione e sorveglianza può avere una funzione militare fondamentale senza richiedere una presenza fissa di personale. Non è un caso che il preambolo dell’accordo indichi tra gli interessi dell’accordo il sistema di difesa missilistica Golden Dome, senza però specificare in alcun articolo quali strutture dovrà comportare o dove debbano sorgere.

L’articolo IX stabilisce inoltre che nessuno Stato esterno alla NATO potrà realizzare in Groenlandia installazioni militari proprie, con o senza personale, né mantenervi una presenza militare permanente, salvo diverso accordo tra le tre parti.

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Foto: The White House

Diritti di movimento e spazi intorno alle basi

E oltre all’istituzione di due nuovi basi in posizioni strategiche e la possibilità di installazione di altri avamposti sparsi per l’isola, l’accordo prevede anche la sostanziale libera circolazione dei militari americani. L’articolo VI riconosce a navi, aerei e veicoli delle forze armate statunitensi il diritto di libero accesso e movimento tra le Defense Areas attraverso tutto il territorio groenlandese, acque territoriali comprese, per via terrestre, aerea e marittima. Gli aerei americani possono sorvolare e atterrare in qualsiasi parte dell’isola e le navi statunitensi ottengono un esplicito diritto di accesso e movimento subacqueo nelle acque territoriali.

L’articolo VII introduce una disciplina più articolata per il territorio circostante le Defense Areas, che non potrà essere utilizzato in modo da minacciarne la sicurezza. Gli Stati Uniti potranno sollevare obiezioni sulla costruzione di edifici e infrastrutture nelle vicinanze di una base, o sul loro cambio di destinazione, quando ritengano che possano rappresentare una minaccia. Non si tratta però di un potere unilaterale, perché dopo la segnalazione americana le misure necessarie dovranno essere stabilite congiuntamente dalle parti.

Lo stesso articolo prevede inoltre una cooperazione specifica tra le parti per le attività di controspionaggio, ulteriore elemento che riafferma il controllo statunitense su quasi tutti gli aspetti di sicurezza dell’isola.

Infrastrutture strategiche e risorse

Un’altra sezione, particolarmente significativa, riguarda gli investimenti stranieri. L’articolo III definisce come particolarmente sensibili settori quali le infrastrutture critiche e l’estrazione delle risorse, con un elenco volutamente aperto. L’articolo X stabilisce che Stati o investitori provenienti da Paesi che non sono membri della NATO, suoi partner o membri dell’Unione europea non potranno ottenere controllo, influenza significativa o accesso a informazioni riservate in questi settori quando ciò possa minacciare la sicurezza nazionale o l’ordine pubblico, a meno che le tre parti non concordino il contrario.

È comunque importante distinguere tra lo screening dei possibili investimenti e il diritto vero e proprio di sfruttamento delle risorse. L’accordo non attribuisce agli Stati Uniti alcun diritto generale di estrarre minerali groenlandesi, ma stabilisce un meccanismo di sicurezza economica che chiude le porte dei settori strategici agli attori esterni al perimetro euro-atlantico, a partire da Cina e Russia.

Un accordo senza scadenza

Uno degli aspetti più rilevanti del nuovo patto di sicurezza riguarda la durata dell’accordo. L’articolo XI stabilisce che il nuovo testo non ha una data di scadenza e può essere modificato soltanto con il consenso reciproco delle parti. Ma le parti, va ricordato, sono tre, non due.

Lo stesso articolo affronta infatti esplicitamente l’ipotesi di una futura indipendenza della Groenlandia. In quel caso Danimarca e Groenlandia dovranno assicurare che il nuovo Stato resti nella NATO, presentando se necessario domanda di adesione, e assuma tutti i diritti e gli obblighi previsti dall’accordo e dall’intero sistema di intese che lo precede.

Il culmine di un processo

Letto esclusivamente nella sua dimensione storica e giuridica, il nuovo accordo del 2026 rappresenta la “terza stagione” di un sistema istituito nel 1951 per la Guerra fredda, rimodulato e in parte ridotto nel 2004 e oggi nuovamente esteso a una presenza militare americana più diffusa e radicata.

Gli Stati Uniti hanno di fatto messo per iscritto, e a scadenza indefinita, alcune garanzie già in parte esistenti o date per acquisite, ma non è comunque un punto da sottovalutare perché la loro somma disegna un quadro giuridico sensibilmente diverso da quello precedente. A cambiare è soprattutto l’orizzonte dell’accordo, nel quale viene esplicitato il controllo militare de facto dell’isola da parte degli USA.

Accanto alla dimensione militare, poi, l’accordo ne apre una economica, trasformando lo screening degli investimenti esteri e l’esclusione degli attori esterni alla NATO e all’Unione europea in strumenti di difesa a tutti gli effetti. Resta sullo sfondo la questione delle ricche risorse dell’isola, su tutte le terre rare, sul cui sfruttamento gli americani hanno però messo una grossa ipoteca.

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Trump, Frederiksen e Nielsen durante la firma dell’accordo. Foto di Al Jazeera

Un bilancio ambivalente

Per la Groenlandia il bilancio resta ambivalente. Nuuk siede al tavolo come parte a pieno titolo, vede riconosciuto il diritto all’autodeterminazione e ottiene garanzie concrete sulle ricadute economiche della presenza americana. Allo stesso tempo, l’accordo che riafferma quella sovranità ne vincola anche l’effettivo esercizio futuro, legando un’eventuale indipendenza all’adesione alla NATO e all’assunzione integrale degli obblighi militari accettati oggi.

Fra le tre parti coinvolte, quella che in ultima analisi esce “indebolita” dal punto di vista strettamente giuridico è la Danimarca. Il Regno mantiene formalmente sovranità e responsabilità politica sul suo territorio oltreoceano, ma accetta una presenza militare statunitense molto più ampia e strutturata, al contempo firmando un accordo che prevede esplicitamente l’eventualità del raggiungimento di una piena indipendenza politica da parte della Groenlandia.

Tuttavia, il bilancio finale della vicenda, posto che essa si sia almeno per il momento conclusa, va tracciato tenendo conto anche del processo politico che ha portato alla firma di questo accordo, volutamente omesso in questa analisi. Lo “stile” con cui Trump ha portato avanti il dossier Groenlandia, che ha toccato anche esplicite minacce di annessione dell’isola, ha provocato veri e propri sconquassi politici all’interno della NATO. E in questa visione, la Danimarca è uscita tutt’altro che sconfitta politicamente dalla situazione.

Acclarato quindi che gli Stati Uniti abbiano certamente ottenuto delle garanzie e dei diritti in più sulla Groenlandia, almeno formalmente, la domanda seguente da porsi è questa: a quale prezzo?

Enrico Peschiera

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Autore

  • Enrico Peschiera

    Ho studiato Relazioni Internazionali e oggi mi occupo di comunicazione aziendale. Scrivo qui perché l'Artico è una frontiera di profondi cambiamenti che meritano di essere raccontati.

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