Un resoconto dell’incertezza diffusa in Groenlandia meridionale, tra chiusura dell’aeroporto, crisi del turismo e ritorno dei militari.
La porta del Sud
Per oltre sessant’anni, l’aeroporto di Narsarsuaq è stato la porta d’ingresso alla Groenlandia del Sud. Chiunque volesse visitare la regione meridionale dell’isola doveva atterrare lì per poi attraversare in barca il fiordo in cui si insediò un tempo Erik il Rosso, il vichingo che diede all’isola il nome di Groenlandia.
La vita a Narsarsuaq, un paese fino a poco fa di appena un centinaio di abitanti, girava intorno alla pista d’atterraggio e a un edificio che, più che un aeroporto, sembrava una stazione di servizio. Al suo interno c’erano una sala d’attesa, due bagni e controlli ridotti all’essenziale. I voli internazionali arrivavano da Copenhagen e Keflavik; e chi, come me, attendeva l’arrivo dei turisti, era solito sedersi a una manciata di tavolini, davanti a un piccolo chiosco che offriva qualcosa da mangiare. La mia scelta ricadeva inevitabilmente su un French dog e una Faxe Kondi – una specie di Sprite danese. Il menu non è mai stato particolarmente vario. E mentre ci si riposava per un momento, godendosi la quiete prima dell’arrivo dei nuovi gruppi, si coglieva l’occasione per raccontarsi le ultime peripezie per i fiordi artici.
Percezioni diverse
Una volta atterrati, la differenza tra turisti e locali saltava agli occhi prima di tutto per l’equipaggiamento. I turisti arrivavano con scarponi, giacche a vento e borsoni da spedizione; i locali con vestiti urbani, sneakers e semplici trolley. Quella che per alcuni era una meta sognata per anni e l’inizio di un’avventura, per altri era qualcosa di più semplice e profondo: era casa.
Tra quelli che lavoravano a Narsarsuaq ci si conosceva un po’ tutti. E tutti, credo, condividevamo una sensazione che allora non ricordo di aver mai sentito esprimere ad alta voce: quella di essere, in qualche modo, incaricati di dare il benvenuto a chi arrivava in un luogo ancora percepito come lontano e profondamente diverso dal resto del mondo.
Forse ce ne siamo accorti soprattutto dopo la chiusura. Una lavoratrice aeroportuale, dopo venticinque anni passati a Narsarsuaq, mi ha descritto il nuovo aeroporto di Qaqortoq con un commento lapidario: “Troppo freddo e asettico. Non voglio più lavorare qui”. Sarebbe rimasta ancora un mese per istruire il nuovo personale, e poi lasciare il lavoro all’aeroporto per sempre.
Un paese (quasi) fantasma
Da quando la principale porta d’ingresso aerea del Sud è stata spostata a Qaqortoq, l’atmosfera di quel piccolo insediamento in fondo al fiordo di Tunulliarfik è cambiata drasticamente. Da luogo di passaggio e di incontro internazionale, Narsarsuaq è diventato quasi un paese fantasma. Le porte dell’aeroporto, un tempo continuamente attraversate da turisti e lavoratori, sono ora chiuse a chiave. Così come i caffè e l’hotel.
Eppure, alcune attività continuano a testimoniare la presenza di vita in paese.
Lo youth hostel, da più di trent’anni punto di riferimento per chi cerca una stanza a poco prezzo, continua a ospitare qualche turista o ricercatore. Il café Polartut, in kalaallisut “visitatori”, offre da bere e da mangiare con la sua piccola cucina. Il Pilersuisoq, tipico minimarket groenlandese che opera contemporaneamente come negozio di alimentari, di abbigliamento, servizio postale e bancario, resta attivo anche se forse meno fornito del solito.
E, ovviamente, l’iconico museo di Ole Guldager, dedicato alla presenza statunitense a Narsarsuaq e in Groenlandia. Il museo si trova nell’ex quartier generale della base Bluie West One, da cui è stato sviluppato l’aeroporto, e racconta attraverso fotografie e innumerevoli cimeli la storia della base nordamericana lì costruita durante la Seconda guerra mondiale e dell’insediamento che le è cresciuto intorno. Gli americani lasciarono Narsarsuaq nel 1958; l’aeroporto venne riaperto sotto gestione danese l’anno successivo.

Se una volta il museo era quasi sempre aperto, ora lo si trova spesso chiuso. Ma basta fare una chiamata: Ole è sempre felice di aprire la porta e condividere il suo sapere. Non appena ne ho avuto la possibilità, nel luglio di quest’anno, sono andato a trovarlo con un gruppo di turisti. La sua proverbiale ospitalità non era cambiata. Le prospettive per il museo, invece, sì.
Un fiordo tagliato fuori
Ole mi raccontò che quell’anno le visite erano scese a circa il dieci per cento rispetto agli anni precedenti. “Non nel senso che il numero di turisti è sceso del 10%, ma del 90%!”, sentì il bisogno di specificarci.
È un discorso che quest’estate, con numeri diversi, ho sentito ripetere svariate volte dalle persone che gestiscono attività lungo l’intero fiordo. Qualche tempo dopo la visita al museo di Ole, ho incontrato Elna Jensen, allevatrice di pecore e proprietaria di un piccolo café che offre torte fatte in casa e souvenir artigianali nel villaggio di Qassiarsuk, dall’altro lato del fiordo a meno di dieci minuti di barca. Anche per lei quest’anno significava fare i conti con la dura situazione generata dalla chiusura dell’aeroporto. “Non sta andando affatto bene, non c’è nessuno!”, mi ha commentato una volta di fronte al suo café. Non era un caso isolato: Aviaja Lennert, che gestisce alcune guest houses alla sua fattoria vicino al paese, raccontava ad agosto all’emittente groenlandese KNR di aver registrato il 44 per cento di turisti in meno rispetto alla stagione precedente.
Il trasferimento dell’aeroporto da Narsarsuaq a Qaqortoq – il capoluogo del Sud – è stato il risultato di una scelta politica interna e infrastrutturale discussa per anni e fortemente sostenuta da chi a Qaqortoq ci vive. Fino ad allora, chi voleva visitare la Groenlandia meridionale doveva passare da Narsarsuaq e proseguire via mare o in elicottero. Con l’apertura del nuovo aeroporto, il 16 aprile di quest’anno, quel passaggio obbligato è venuto meno. E l’intera economia legata al turismo sviluppatasi lungo le coste del fiordo Tunulliarfik ha subito un violento contraccolpo.
L’ombra dei militari
Come se non bastasse, il vuoto lasciato dalla chiusura dell’aeroporto ha riportato l’attenzione militare su quello che, prima di diventare uno scalo civile, era nato come base americana.
Durante l’intera estate la popolazione della zona si è trovata in una situazione di profonda incertezza sul destino del proprio territorio. Le voci si susseguivano tra gli abitanti dell’intero fiordo, nel tentativo di capire quali fossero i piani per Narsarsuaq. All’inizio dell’estate arrivarono anche delegazioni militari americane. La loro presenza alimentò il timore che l’aeroporto potesse tornare a essere una base statunitense, che l’area potesse essere chiusa e la popolazione locale allontanata.
Il timore dei trasferimenti forzati, d’altronde, ha in Groenlandia diversi precedenti storici. Primo fra tutti quello del 1953, che fu attuato per permettere l’espansione della base americana di Thule, l’attuale Pituffik Space Base. In quell’occasione 116 Inughuit che abitavano in quella zona furono costretti a lasciare il proprio villaggio con appena qualche giorno di preavviso. Alcune famiglie si trasferirono circa 120 chilometri più a nord, dove venne fondata Qaanaaq, mentre le altre si spostarono in diversi insediamenti della regione. Una ferita, questa, ancora aperta nella storia coloniale e postcoloniale della Groenlandia.

Durante una delle mie visite, Ole mi disse che proprio questo era il loro timore: che con l’arrivo degli statunitensi potessero essere costretti ad andarsene dalle proprie case.
Poi, verso agosto, cominciò a circolare la voce che una delegazione militare danese avesse organizzato un incontro con la popolazione di Qassiarsuk per annunciare i piani militari futuri, proprio nel café di Elna. Da quello che mi venne raccontato dopo l’incontro, la prospettiva sembrava essere quella di una presenza soprattutto danese e, più in generale, NATO. I timori di una chiusura dell’area, almeno per il momento, sembravano essersi attenuati.
Il ritorno degli aerei
L’ultima volta che sono passato da Narsarsuaq, all’inizio di settembre, il paese fantasma si era trasformato nel centro di una grande esercitazione militare NATO. Il grande hotel, dalle misure apparentemente sproporzionate per un paesino come quello di Narsarsuaq, costruito soprattutto per ospitare chi restava bloccato a terra in caso di cancellazione dei voli, era stato riaperto per ospitare parte dei militari arrivati per l’operazione Arctic Shield 2026.
Fino a una settimana prima, passeggiando per le stradine del paese, si potevano incontrare al massimo un paio di persone. Ora, per quelle stesse strade, si vedevano soldati che passeggiavano, visitavano il museo, andavano a mangiare al Polartut o semplicemente giravano in bicicletta, quasi fossero in villeggiatura, ma vestiti in mimetica. Su una panchina dietro all’hotel, un artigiano locale, cercando di approfittare della nuova affluenza, provava a vendere le sue pietre lavorate ai militari che passavano.

Nel frattempo, il cielo di Narsarsuaq, che negli ultimi mesi era stato così stranamente vuoto e silenzioso, si era ripopolato di velivoli differenti da quelli a cui eravamo abituati: diversi elicotteri militari e aerei Hercules decollavano e atterravano di continuo. Ricordo, andando al porto per prendere la barca e lasciare Narsarsuaq, la sensazione condivisa di essere finiti sul set di Apocalypse Now.
Più di quattrocento militari provenienti da undici paesi NATO hanno partecipato all’esercitazione, che aveva proprio a Narsarsuaq uno dei suoi centri principali.
Una presenza da normalizzare
Nei giorni successivi, alcuni di quegli stessi elicotteri sarebbero stati utilizzati anche per portare in volo gli abitanti del fiordo. Una chiara operazione di normalizzazione della nuova presenza militare: un modo per avvicinare gli abitanti ai soldati e ai loro mezzi, trasformando qualcosa di potenzialmente estraneo e minaccioso in una presenza più familiare.
Sebbene quella presenza restasse straniante, tra diverse persone con cui ho parlato sembrava prevalere un certo sollievo. Mi capitò più volte di sentire ripetere che una presenza danese era nettamente preferibile a una americana.

Anche Ole sembrava aver cambiato prospettiva rispetto all’inizio dell’estate. Se qualche mese prima era convinto che l’arrivo degli americani avrebbe potuto costringerli a lasciare le proprie case, a settembre mi disse di sentirsi più tranquillo. La prospettiva, a quel punto, sembrava essere quella di poter restare e trovare un modo di convivere con la nuova presenza NATO.
Sono tornato in Italia pochi giorni dopo quest’ultima conversazione.
L’epilogo dell’accordo
Il 22 settembre, quattro giorni dopo la fine di Arctic Shield, Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia hanno firmato un nuovo accordo sulla difesa dell’isola. Donald Trump lo ha presentato come un accordo storico e senza precedenti. Altri analisti ne hanno ridimensionato la portata, sottolineando come gran parte dell’accesso militare concesso agli Stati Uniti fosse già previsto dall’accordo di difesa del 1951. È però certo che per gli abitanti del fiordo di Tunulliarfik, il nuovo accordo avrà delle conseguenze concrete. Tra le sue disposizioni ce n’è una che li riguarda direttamente: gli Stati Uniti potranno stabilire una nuova Defense Area proprio a Narsarsuaq.
L’accordo specifica che modalità e dettagli tecnici dovranno ancora essere concordati e stabilisce che la presenza militare dovrà rispettare, per quanto possibile, “la società e lo stile di vita groenlandesi”. Stando alle parole del primo ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen, nessun abitante dovrà abbandonare la propria casa e l’eventuale base non dovrà avere conseguenze negative sulle comunità vicine. Resta però difficile, al momento, stabilire con certezza quale forma assumerà concretamente la nuova presenza americana sul territorio, né che cosa implicherà davvero per chi vive lungo il fiordo.
Dopo un’estate di profonda incertezza sul futuro di Narsarsuaq e del fiordo su cui si affaccia, una cosa almeno è diventata certa: gli Stati Uniti vogliono riprendersi la loro vecchia base militare.
Chissà cosa hanno pensato Ole ed Elna quando hanno appreso la notizia.
Enrico Gianoli

