Vostok Oil, il megaprogetto di Rosneft, ha caricato il primo greggio a inizio settembre. Una nuova inchiesta di Arctida, realizzata con il progetto investigativo Systema, ricostruisce chi sta incassando i miliardi del cantiere: un miliardario storicamente legato a Igor Sechin, un presunto parente di Vladimir Putin e una costellazione di società che hanno raccolto l’eredità dei grandi gruppi occidentali dei servizi petroliferi.
Il primo carico
Il 5 settembre Vladimir Putin ha inaugurato in videoconferenza il caricamento di Vostok Oil sulla petroliera artica Valentin Pikul. “Mi congratulo con voi per questo evento importante e significativo, sia per la regione artica che per l’intera Russia. È stato compiuto un passo fondamentale nella realizzazione del progetto Vostok Oil e nello sviluppo – non esagero – di una nuova provincia petrolifera di portata globale“, ha dichiarato il presidente russo.


L’amministratore delegato di Rosneft Igor Sechin era collegato con Putin dal terminal di Bukhta Sever, sulla penisola della Taymyr, il terminal più settentrionale del mondo. Nel suo intervento ha elencato i numeri raggiunti da questa prima fase del colossale progetto, ovvero 790 chilometri di oleodotto tra Vankor, Payakha e la costa, oltre duemila pozzi già in produzione sui dodicimila previsti e quattromila miliardi di rubli già investiti (circa 42 miliardi in euro). La stima complessiva del progetto arriva a 11.800 miliardi di rubli.
Cos’è Vostok Oil
Vostok Oil nasce nel 2019 dall’idea dell’amministratore delegato di Rosneft, Igor Sechin, di riunire in un unico polo i giacimenti del nord del Territorio di Krasnoyarsk. Il punto di partenza è il cluster di Vankor, in produzione dal 2009 e fino ad allora collegato verso sud alla rete Transneft. Anziché trasportare il greggio verso Europa e Asia direttamente via terra, il progetto ha invertito letteralmente il senso di marcia dell’oleodotto per convogliare la materia prima nei terminal del nord e caricarla sulle navi, assecondando la volontà del Cremlino di sviluppare il traffico sulla Northern Sea Route.
Il progetto si regge su due gruppi di giacimenti. Il primo è il cluster di Vankor, già in produzione, il secondo è il cluster di Payakha, sulla riva destra dello Yenisei, che riunisce i giacimenti di Payakha, Baikalovskoye e Zapadno-Irkinskoye ed è destinato a sostenere la crescita futura. Il greggio viaggia lungo un oleodotto di 790 chilometri. Da Vankor sale verso nord, attraversa lo Yenisei, tocca Payakha e raggiunge il terminal di Bukhta Sever.

Seguire una tonnellata di greggio di Vostok Oil dal pozzo alla nave significa attraversare quasi mille chilometri di tundra, un grande fiume siberiano e un golfo ghiacciato per gran parte dell’anno. Non esattamente un’impresa facile: avevamo raccontato ad agosto l’indagine di Arctida e Bellona sui rischi ambientali di migliaia di chilometri di tubi posati su un permafrost sempre più instabile, che rende le tubature soggette a spostamenti e perdite. Una nuova inchiesta dell’organizzazione indipendente inserita nella lista nera di Mosca, intitolata “Oil for the Inner Circle”, firmata da Anna Orlova e realizzata con Systema, guarda oltre e segue il denaro, arrivando a delineare un sistema che sarebbe gestito direttamente da fedelissimi del presidente Putin.
L’uomo di Sechin
Il nome che compare più spesso nell’inchiesta è quello di Dmitry Pumpyansky, magnate della siderurgia russa. Alla sua galassia industriale è riconducibile la Sinarastroykomplekt, che secondo i calcoli di Arctida tra giugno 2021 e aprile 2026 ha incassato quasi 900 miliardi di rubli in contratti legati a Vostok Oil, diventando il maggiore appaltatore privato del progetto.
I rapporti tra Pumpyansky e Sechin risalgono almeno alla fine degli anni Duemila, quando l’imprenditore entrò in una commissione governativa sulla metallurgia presieduta dall’allora vicepremier. Quando Sechin passò a Rosneft quel legame proseguì, con una fornitura pluriennale di oltre 3,5 milioni di tonnellate di tubi che valse all’imprenditore il secondo posto nella classifica dei maggiori beneficiari di appalti pubblici del 2018.
Colpito dalle sanzioni occidentali dopo l’invasione dell’Ucraina, Pumpyansky ha formalmente ceduto la titolarità effettiva delle sue aziende, passata a manager provenienti dalle stesse imprese. Ma le autorità russe, nota l’inchiesta, hanno continuato a considerarlo il beneficiario reale, e il miliardario partecipa tuttora agli incontri con Putin.

Affari di famiglia
Il secondo filone riguarda Taimyr Invest, società di logistica attiva sui cantieri di Rosneft. All’inizio del 2026 ne ha acquisito il 25 per cento Marat Kabaev, ex calciatore e allenatore, noto soprattutto per essere il padre di Alina Kabaeva, ritenuta da diverse inchieste indipendenti la compagna di Vladimir Putin. La chiave per comprendere la provenienza della maggior parte dei fondi di Taimyr Invest risiede negli atti giudiziari. Quelli consultati da Arctida indicano che il cliente principale è proprio Sinarastroykomplekt, la capofila degli appalti riconducibile a Pumpyansky.
Attorno a Taimyr Invest ruota anche un piccolo catalogo di legami politici. Il gruppo, che dichiara più di 4.800 dipendenti, sostiene lo sforzo bellico russo in Ucraina e sponsorizza una squadra di calcio a Lugansk, e comprende uno stabilimento siderurgico di Chelyabinsk in passato parte dell’impero di Pumpyansky. Kabaev ha raccontato di aver deciso di entrare nella società dopo una conversazione con Nikolai Patrushev, un fedelissimo del presidente a lungo direttore dell’FSB.

Al posto dell’Occidente
L’inchiesta si dedica anche al ruolo delle sanzioni e al rapporto con i fornitori occidentali. Perché perforare nel permafrost e costruire infrastrutture artiche è tra le operazioni tecnicamente più complesse dell’industria petrolifera, e fino al 2022 le competenze necessarie a costruire Vostok Oil arrivavano in larga parte da quattro grandi gruppi occidentali di servizi petroliferi. Solo il 10 gennaio 2025 gli Stati Uniti hanno colpito il progetto con sanzioni bloccanti, e dal 27 febbraio dello stesso anno è in vigore il divieto per le società americane di fornire servizi petroliferi in Russia.
Nel frattempo le strutture erano già passate di mano. L’attività russa di Baker Hughes è stata ceduta al management locale ed è confluita in OFS Technologies, che tra il 2023 e la metà del 2026 ha ricevuto oltre 13,6 miliardi di rubli da progetti legati a Rosneft, in parte in esecuzione di contratti firmati prima dell’uscita dal mercato russo. L’ex ramo russo di Halliburton, oggi BurService, ha incassato più di otto miliardi di rubli su contratti Vostok Oil tra la fine del 2023 e la primavera del 2026.
Rosneft, dal canto suo, ha definito le sanzioni illegittime e controproducenti per chi le ha imposte, aggiungendo di aver imparato a operare sotto ogni genere di restrizione e sostenendo che tutte le apparecchiature impiegate a Vostok Oil siano di produzione interamente nazionale.
Una colossale scommessa
Il quadro che emerge dall’inchiesta di Arctida descrive il cerchio di fedelissimi al presidente intorno alla gestione del più vasto progetto energetico della Russia moderna, dimostrando però non solo la natura autocratica del sistema, ma anche la portata strategica di questo progetto. Fin dall’inizio Vostok Oil è stato presentato come qualcosa di più di un investimento industriale. Nelle parole dei suoi promotori il progetto ha incarnato di volta in volta la rinascita dell’industria petrolifera russa, la conquista dell’Artico e ora anche la sovranità tecnologica. Dopo il 2022 è infatti diventato anche un simbolo della capacità della Russia di resistere alle sanzioni.
Nel discorso del 5 settembre 2026 Putin lo ha definito l’avvio di una provincia petrolifera di portata globale. Lo ha inserito esplicitamente nel progetto più ampio del Corridoio di trasporto transartico, una rotta unica intermodale tra il Baltico, l’Artico e l’Estremo Oriente, concetto che ha ormai inglobato la stessa Northern Sea Route, che ne compone la parte marittima. Nello stesso intervento Putin ha ricordato che nel 2025 sulla Rotta sono transitati 37 milioni di tonnellate di merci e che l’obiettivo è arrivare a 70 milioni entro la fine del decennio.

A sette anni dalla sua presentazione, Vostok Oil è ormai una realtà, ma presenta anche delle importanti criticità. È una realtà perché l’oleodotto, il porto e le prime navi esistono e funzionano, nonostante sanzioni pensate esplicitamente per impedirlo e le sfide ambientali per mantenere l’infrastruttura in funzione. Ma la produzione necessaria a riempire quelle infrastrutture dipende da giacimenti ancora in fase di sviluppo, oltre che da una flotta ancora inadeguata alle ambizioni di Mosca, che infatti nel tempo sono state progressivamente ridimensionate.
Per il Cremlino Vostok Oil è una via di uscita per il greggio, che non passa né per il Baltico né per il Mar Nero, i due bacini dove la guerra e le sanzioni hanno colpito più duramente. Verso acque sempre più prive di ghiaccio.
Enrico Peschiera
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