Il Punto di Federico PetroniNorvegiaRussia

Lo strategico Mar di Barents, anche senza petrolio

Border pillars of Finland, Norway and Russia stand outside of Kirkenes Airport, Norway, October 24, 2019. REUTERS/Maxim Shemetov

La faglia artica, fra le necessità economiche e la sicurezza regionale

Niente nuove trivellazioni nel Mar di Barents. È la prima volta da dieci anni.

La Norvegia ha escluso le sue acque più settentrionali dalle licenze per estrarre petrolio. Non è solo colpa del virus, che con la crisi economica ha fatto crollare i prezzi del barile e reso insostenibile andare a prendere l’oro nero in quelle condizioni proibitive. È che proprio non si sono trovati nuovi giacimenti.

Allora, viene da chiedersi, niente più appetiti di conquista dell’Artico? Niente corsa per spartirsi i forzieri energetici? La geopolitica non si fa con le risorse. O meglio non con questo tipo. Suo primo motore non è l’arricchimento, è la sicurezza. E ci aiuta a capire perché il Mar di Barents non perderà centralità. È il cuscinetto d’acqua che protegge la fortezza militare più preziosa della Russia: la penisola di Kola, sede della Flotta del Nord, quella che controlla i sottomarini nucleari, uno dei pochissimi motivi per cui Mosca resiste come grande potenza.

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Carta di Laura Canali – 2018 © Limes

Negli ultimi anni, la ricostruzione della macchina bellica russa ha spaventato la Norvegia. Logico: una Russia più forte è una Russia che può imporre la propria influenza sui vicini, anche su quelli con cui ha relazioni tutto sommato buone, come i norvegesi. Oslo ha chiesto rassicurazioni dagli Stati Uniti e qualche esercitazione Nato in più. Vedendo tornare i rivali nel Profondo Nord e vedendoseli presso casa, a sua volta il Cremlino si è agitato.

Così è tornato a provocare sulle Svalbard. Arcipelago strategico, attorno al quale i sommergibili sono costretti a passare per andare nell’Atlantico. E presso il quale si colloca la linea immaginaria a est della quale Usa, Norvegia e alleati vogliono tenere i russi. Da esattamente cento anni queste isole sono Norvegia, con un trattato internazionale stipulato mentre la Russia non esisteva, immersa nella guerra civile da cui (1922) sarebbe nata l’Urss. A Mosca non è mai andata giù. Nel 1944 propose un codominio a Oslo, che ovviamente rifiutò.

Continuano a circolare teorie sul fatto che i primi a scoprirle non sarebbero stati gli olandesi di Willem Barentsz, ma i russi della Penisola di Kola, dunque sono nostre. Le Svalbard non sono la Crimea, la Russia non le scipperà (in tempo di pace, in caso di guerra è ovvio che lo farebbe). Ma continuerà a fare pressioni.

Militari: capita che qualche piccolo reparto arrivi a esercitarsi fino alle isole orientali, quelle più remote – lo sono davvero, in un territorio vasto come il Nord-Est italiano abitano poco meno di 3 mila persone. Economiche: sostiene che amplierà la presenza a Barentsburg, miniera di carbone del tutto improduttiva ma che serve a rivendicare di dire la propria sulle Svalbard. E diplomatiche: per festeggiare il centenario il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha recapitato ai norvegesi una bella lettera di protesta su come i russi vengono trattati lassù. Attaccando anche l’area protetta di pesca che Oslo ha delimitato nel 1977, secondo Mosca illegalmente.

Argomento pretestuoso, ma serve a tenere in vita l’idea che i norvegesi non l’hanno avuta vinta sulle Svalbard. Quell’area abbraccia, ovviamente, anche parte del Mare di Barents. Suo malgrado centrale. Petrolio o non petrolio.

Federico Petroni

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