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Identificati i meccanismi che controllano le concentrazioni di black carbon nell’Artico

Veduta sul villaggio di Ny-Alesund e veduta sul fiordo dal tetto dell’osservatorio di Gruvebadet. Fonte: Vittorio Tulli, CNR

Il lavoro, pubblicato come highlight su Atmospheric Chemistry and Physics, pone le basi per una più approfondita comprensione dell’impatto di questo composto sul clima regionale e globale.

Lo studio sul Black Carbon

Un nuovo studio condotto dai ricercatori dell’Istituto di scienze polari del Consiglio nazionale delle ricerche, in collaborazione con l’Università di Stoccolma e l’ETH di Zurigo, ha identificato i meccanismi che controllano il trasporto in Artico del black carbon, un inquinante atmosferico che contribuisce al riscaldamento climatico, stabilendo anche la variabilità delle sue concentrazioni nelle diverse stagioni polari.

Stefania Gilardoni
Stefania Gilardoni al lavoro sullo strumento che campiona l’aerosol. Fonte: Vittorio Tulli, CNR

In questa regione polare, la concentrazione di Black Carbon dipende da diversi meccanismi che ne controllano il trasporto dalle medie latitudini, cioè dalle regioni dove è situata la maggior parte delle sorgenti. Finora sconosciuti, oggi questi meccanismi sono stati svelati dai ricercatori che hanno misurato per oltre quattro anni la concentrazione di black carbon in Artico, studiando come la sua concentrazione cambia nel tempo.

I risultati della ricerca

I risultati sono pubblicati come highlight sulla rivista Atmospheric Chemistry and Physics. La ricerca, finanziata dal Programma di Ricerche in Artico (PRA) del Ministero dell’università e della ricerca, e realizzata grazie al supporto dello Svalbard Integrated Observing System (SIOS) network, ha utilizzato una modello di machine learning, ovvero una tecnica di intelligenza artificiale che ha contribuito ad analizzare le misure raccolte presso l’osservatorio atmosferico di Gruvebadet, nelle isole Svalbard.

Gruvebadet
Fonte: Vittorio Tulli, CNR

“Abbiamo misurato la concentrazione atmosferica di black carbon in modo continuativo, ovvero sia durante il giorno che la notte polare, a partire dal 2018, per oltre quattro anni, osservando che le concentrazioni di black carbon mostrano una forte variabilità stagionale, con valori maggiori tra dicembre e aprile”, prosegue Mauro Mazzola, coautore dello studio e ricercatore Cnr-Isp.

“Abbiamo scoperto che questa variabilità dipende dalla frequenza e intensità delle piogge, che sono maggiori tra maggio e novembre, periodo in cui le concentrazioni di black carbon sono minori, dato che le piogge rimuovono efficacemente questo composto dall’atmosfera prima che questo possa raggiungere le regioni polari”. 

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Leonardo Parigi
the authorLeonardo Parigi
Sono Laureato in Scienze Politiche Internazionali all’Università di Genova e di Pavia. Sono giornalista pubblicista, e collaboro con testate nazionali sui temi di logistica, trasporti, portualità e politica internazionale.

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