Atene nega l’unanimità al ventunesimo pacchetto di sanzioni europee per proteggere Dynagas, l’armatore le cui metaniere rompighiaccio servono Yamal LNG. Senza accordo si ferma anche il tetto al prezzo del petrolio.
Dalla teoria alla pratica
Poche settimane fa, riportando l’investigazione a cura di Arctida, avevamo raccontato come Bruxelles avesse deciso di chiudere le due falle che tenevano l’Europa ancora legata al gas artico russo, estendendo il divieto sul GNL russo previsto dal 1° gennaio 2027 ben oltre le importazioni nel blocco. L’intenzione dichiarata era vietare alle aziende europee di trasportare, commerciare o rivendere quel gas in qualunque parte del mondo, una misura che avrebbe colpito TotalEnergies sul fronte commerciale e gli armatori europei su quello della logistica.
Fra le società destinate a pagare il conto più salato ne avevamo citata una in particolare, la greca Dynagas. Ma adesso il passaggio dall’annuncio alla normativa vera e proria sta ora incontrando l’ostacolo prevedibile, che arriva proprio da Atene.
Cosa è successo a Bruxelles
Secondo quanto riportato, l’ambasciatore greco presso l’Unione ha comunicato ai colleghi che le misure in discussione “rovinerebbero” Dynagas, e che per questo motivo la Grecia non è in grado di sostenere il ventunesimo pacchetto sanzionatorio. Trattandosi di una materia che richiede l’unanimità dei ventisette, il pacchetto è fermo da oltre una settimana.

La società fa parte dell’impero armatoriale di George Prokopiou, che controlla anche la compagnia petrolifera Dynacom, rimasta attiva nel trasporto di greggio russo dopo l’invasione dell’Ucraina sfruttando i margini lasciati aperti dal price cap del G7. Secondo le stime citate dal Financial Times, Dynacom avrebbe ricavato oltre 900 milioni di dollari dal petrolio russo negli ultimi tre anni.
Sul fronte del gas i numeri sono altrettanto eloquenti. Dynagas ha trasportato più di dieci milioni di tonnellate di GNL russo dall’inizio del 2025, con oltre centoquaranta viaggi da Sabetta. Insieme alle navi di Seapeak, Mitsui O.S.K. Lines e della russa Sovcomflot, la sua flotta costituisce l’ossatura della catena logistica che permette a Yamal LNG di esportare tutto l’anno verso Europa e Asia.
Il problema delle navi “Arc7”
Le metaniere di classe Arc7 di proprietà dell’armatore greco non sono navi ordinarie. Sono state costruite per navigare tutto l’anno attraverso il ghiaccio marino spesso, con scafi rinforzati e sistemi propulsivi adattati. Le stesse caratteristiche che le rendono insostituibili sulla rotta artica le rendono però poco competitive in qualunque altro scenario, perché l’acciaio più pesante, le forme di carena particolari e i consumi elevati le penalizzano sulle rotte oceaniche convenzionali.
Sono sostanzialmente navi progettate per fare una cosa sola. E secondo la prospettiva greca, escluderle dal traffico di Yamal significherebbe costringere Dynagas a venderle ad acquirenti non occidentali, con l’aggravante che Bruxelles sta valutando in parallelo restrizioni sul trasferimento di questi mezzi a proprietà o controllo russo. La combinazione delle due misure sanzionatorie trasformerebbe quindi una flotta da circa trecento milioni di dollari a nave in un asset di fatto incagliato. Dynagas opera cinque di queste navi su Yamal, affiancate da quattro unità di più leggera classe Arc4.
Cosa si blocca insieme al gas
Lo stallo che la questione ha creato si estende anche alle altre misure e non riguarda solo il GNL. Il ventunesimo pacchetto contiene anche ulteriori sanzioni verso banche russe, reti di criptovalute e imprese del comparto militare-industriale, oltre a modifiche del meccanismo del tetto al prezzo del petrolio concordato con il G7. Proprio quest’ultimo punto ha già prodotto una conseguenza tangibile, perché gli ambasciatori dei Ventisette sono stati costretti a prorogare in via temporanea il tetto attualmente in vigore, fissato a 44,10 dollari al barile, in attesa che il negoziato si sblocchi.
L’Alta Rappresentante Kaja Kallas ha riconosciuto pubblicamente l’impasse al termine del Consiglio Affari Esteri, dicendosi rammaricata per la mancanza di un accordo e ricordando piuttosto generalmente che gli Stati membri hanno “ragioni diverse” per opporsi. L’obiettivo resta l’intesa, ha aggiunto, ma se non arriverà “si comincerà a lavorare a un piano B“.

Il nodo politico
La vicenda assume un valore politico che va oltre il semplice aspetto energetico, pur drammaticamente importante specialmente in questo momento. Il divieto europeo sul GNL russo nasce proprio dall’ambizione di colpire i meccanismi che consentivano agli armatori europei e occidentali di continuare a fare affari con il gas siberiano senza violare formalmente alcuna norma.
Ma se Bruxelles concederà ad Atene le esenzioni richieste, il divieto nascerà già con una falla. Il risultato di questa negoziazione dirà molto non tanto sul destino di nove navi, quanto sulla reale volontà europea di smontare l’articolata infrastruttura marittima che tiene in vita l’esportazione del gas artico russo, fatta di triangolazioni societarie e “flotte ombra”.
Enrico Peschiera









