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Dentro la base artica “Dirigibile Italia”

La Stazione Artica "Dirigibile Italia"

Claudio Artoni racconta la stazione di ricerca Dirigibile Italia con gli occhi di uno dei molti studiosi che la vivono, grazie alla continua crescita e impegno del Consiglio Nazionale delle Ricerche – Istituto di Scienze Polari. Un dialogo che riporta i piccoli e grandi momenti che definiscono la “routine artica”, dove un paio di “paralleli” fanno la differenza.

Ny-Ålesund, Svalbard

«Gli aiutanti mollarono anche l’ultima fune di traino e si misero a guardare sollevarsi lentamente l’aeronauta a forma di sigaro. (…) L’Italia cominciò la sua navigazione sopra il Kongsfjord. La sua sagoma diventò ombra, un miraggio velato di nebbia. Vicino e allo stesso tempo lontanissimo. Un’illusione ottica

Il libro pubblicato da Iperborea, “L’ultimo viaggio di Amundsen, riporta questo passaggio nelle sue prime pagine. Il racconto ricostruito da Monica Kristensen, scrittrice e scienziata, ripercorre le vicende dei primi del Novecento legate al soccorso del Dirigibile Italia. Le tensioni e vicende tra Umberto Nobile e l’esploratore norvegese Roald Amundsen testimoniano il cammino dell’Italia, seppur figurativamente tramite spedizioni pionieristiche “individuali”, verso la costruzione di un proprio ruolo nell’Artico, una distanza insieme geografica e temporale scandita progressivamente da pochi decenni di storia.

Da allora, i cambiamenti nell’Artico hanno accelerato in modo vorticoso, sia per l’avanzamento tecnologico sia per fenomeni legati alla storia più recente, come la globalizzazione. Le Svalbard, con i numerosi visitatori che annualmente lasciano la loro impronta nell’arcipelago, sembrano pressochè irriconoscibili rispetto anche a solo una decina di anni fa.

Tra cambiamenti legislativi come le norme progressivamente rafforzate sulla difesa dagli orsi polari, l’evoluzione delle tecnologie ed attrezzature, ma soprattutto il notevole miglioramento a livello di facilità di accesso e trasporto, il ricercatore Claudio Artoni ci offre una panoramica ampia e contemporanea sulla vita nell’avamposto più settentrionale d’Europa: il villaggio scientifico di Ny-Ålesund.

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Claudio Artoni davanti alla base artica Dirigibile Italia. Immagine scattata dal Prof. Marco Potenza, docente del Dipartimento di Fisica dell’Università degli Studi Milano e coordinatore del gruppo di Strumentazione Ottica (2026)

Partiamo dal principio: com’è organizzata la Base Artica Dirigibile Italia? 

“La base è nata nel 1997. Il Consiglio Nazionale delle Ricerche, Istituto di Scienze Polari, ha deciso di installare la propria base qui insieme ad altre dodici nazioni per avere una visione privilegiata sull’Artico. La permanenza dei ricercatori presenta infatti una durata variabile, da alcuni giorni o una settimana fino ad un intero mese. L’obbiettivo primario è quello di garantire un’elevata turnazione per progetti diversi. Sono disponibili sette posti, ed è aperta tutto l’anno. Viene essenzialmente gestita dalla figura dello Station Leader: di norma, ne vengono selezionati due per anno, che svolgono il proprio lavoro in turni di 3 mesi in 3 mesi.” 

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In arrivo a Ny-Ålesund. Foto di Claudio Artoni

“Lo Station Leader è una figura fondamentale, soprattutto ai fini di monitoraggio e raccolta dati, permettendo una continuità nelle valutazioni. Nella sede di Gruvebadet ci sono filtri e strumenti per analisi dell’aria; dove si effettuano analisi di particolato, chimica e molto altro. I filtri vanno cambiati e la strumentazione va mantenuta e gestita. È anche molto importante però l’aiuto che questa figura può fornire ai ricercatori, specialmente in periodi con più “folla”, primavera ed estate.”

Fare ricerca in queste zone può essere molto difficile da un punto di vista tecnico. Come sono organizzate le attività di ricerca a quasi ottanta gradi nord?

“I mesi primaverili ed estivi sono considerati “alta stagione” a causa del fatto che durante il periodo di notte polare, dalla durata di tre mesi, l’attività in esterna viene necessariamente ridotta all’osso per questioni di sicurezza. Si svolge solo il controllo dei filtri, si viaggia con una macchina elettrica e non una motoslitta. Ovviamente monitorare e assicurarsi che l’area in cui si è esposti sia sicura è molto più complesso con una scarsa visibilità.

Inoltre, nella stagione estiva, ci si concentra maggiormente sull’ambito marittimo, a differenza invece del monitoraggio neve che è necessariamente legato alla presenza di quest’ultima. Altri campi invece, quali quello di analisi atmosferica, risultano più trasversali e quindi meno condizionati dal periodo dell’anno in cui ci si trova.“ 

I tempi di pianificazione delle spedizioni sono molto più ampi delle spedizioni stesse: le giornate passate in Base hanno un valore altissimo, e necessitano quindi della dovuta preparazione. Come ci si prepara a uscire?

“Il focus è scegliere vestiario tecnico che permetta di proteggersi dalle basse temperature e dal vento artico, attrezzatura per poter garantire sicurezza in campo per ricercatori e personale di supporto alla ricerca, ma anche selezione degli strumenti essenziali ad esempio volti alla raccolta di campioni e analisi. Attualmente le condizioni in base sono primaverili: questo rende essenziale l’utilizzo di kit di soccorso in valanga e crepaccio. I campioni volti alle analisi di laboratorio vengono raccolti con i Corning, piccoli e preziosi contenitori, ma per la valutazione delle condizioni del manto nevoso sono essenziali le tavolette cristallografiche e i termometri da neve.”  

“La differenza con la vita di ricerca in Europa continentale si sente fin da subito con l’arrivo a Longyearbyen, dove un piccolo aereo con una dozzina di posti opera i trasporti per Ny-Ålesund, ma solo nelle giornate di lunedì e venerdì. L’essenza remota dell’Artico si mostra fin da subito centrale, dove natura pressochè incontaminata regola la quotidianità e logistica.”

Come descriveresti la tipica routine di una giornata da ricercatore della base artica Dirigibile Italia?

“Una giornata tipica nella Dirigibile Italia inizia intorno alle 7:30, in mensa, dove tutto lo staff dei diversi gruppi di ricerca hanno modo di fare il primo pasto della giornata insieme. Essenziale comprendere le condizioni meteo fin dai primi momenti della mattina: monitorare le condizioni meteo, e soprattutto neve e vento. La scelta dell’area dove svolgere le attività di ricerca del giorno è già pianificata con un giorno di anticipo, ma la conferma ufficiale è sancita dalla natura: questa può sempre portare ad un necessario cambio di programmi. Si seleziona quindi l’attrezzatura e vestiario per il giorno”

Impossibile, oltre che non consentito, dimenticare le protagoniste della sicurezza in Artico: flare gun (pistola lanciarazzi) e il fucile. Queste risultano vitali in caso di possibile pericolo con i veri local: gli orsi polari.

“Il percorso per arrivare al luogo di lavoro è simile a quello di un qualsiasi pendolare: In motoslitta, il tragitto può durare tra i 10 minuti fino alle 3 ore, in base alle condizioni meteo e distanze. Con il ritorno in base, vengono riposti i campioni in un apposito freezer: altri gruppi di ricerca scelgono di preparare i campioni nei laboratori in loco. La Base Dirigibile è infatti provvista di un wet e dry lab, camera bianca e officina, per coprire un po’ tutte le esigenze. La cena viene anticipata verso le 16:30-17:30. Nel dopocena, si va avanti ad analizzare dati oppure ci si rilassa.” 

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Foto di Marco Potenza

Quali sono i tuoi principali impieghi in base? E come si sviluppa la collaborazione e trasporto tra la Base Dirigibile e il laboratorio EuroCold di Milano-Bicocca per cui lavori?

“Mi occupo, avendo l’abilitazione da Guida Polare, di gestire la sicurezza delle persone. Un ruolo che copro anche in Italia presso il laboratorio, che dispone di camere fredde le cui temperature possono arrivare ai -50°C. Quando sono su invece mi occupo della parte di attività in campo, per ovviare a tutto ciò che coinvolge la sicurezza dai crepacci e il rischio valanghe.”

In merito al monitoraggio e ricerca nivologica e glaciologica, questo tipo di analisi riguardano ad esempio la descrizione del profilo stratigrafico del manto nevoso, da cui è centrale ipotizzare l’evoluzione del manto nevoso, come siamo arrivati ad oggi e cosa ci sarà domani.” 

“È importante inoltre campionare la neve e portarla in EuroCold per poi fare analisi mineralogiche e microfisiche del particolato contenuto. Ci interessa sapere l’evoluzione stagionale, cosa viene intrappolato dall’ atmosfera e come le particelle influenzano manto nevoso, punto importantissimo per il monitoraggio e comprensione delle valanghe ad esempio. Inizia il tutto con dei freezer di cui disponiamo in base che permettono di mantenere una temperatura di -20°C, ottimale per lo stoccaggio. Il container refrigerato viene successivamente caricato su una nave. Infine, il materiale raggiunge EuroCold su ruote.” 

L’Artico fra ieri e oggi

Le difficoltà poste dall’ambiente artico restano il denominatore comune tra le spedizioni del passato e il lavoro quotidiano dei ricercatori di oggi, anche se le condizioni sono cambiate radicalmente. L’accessibilità è migliorata, le tecnologie hanno trasformato la logistica e la raccolta dati, ma la distanza – geografica e operativa – rimane una variabile con cui ogni ricercatore deve fare i conti ogni giorno.

Storie come quella di Claudio Artoni mostrano come la ricerca polare non sia fatta solo di grandi scoperte, ma di routine precise, decisioni pratiche e adattamento costante. Un lavoro che continua, silenziosamente, a costruire la comprensione di un ambiente che cambia più in fretta di quanto riusciamo a misurare.

Elena Ciavarelli

Osservatorio Artico © Tutti i diritti riservati

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Foto di Claudio Artoni

Autore

  • Sono una studentessa del corso triennale di Scienze Geologiche presso l’Università Statale di Milano. La mia passione per l’Artico nasce dalla natura e dallo studio delle lingue scandinave

Elena Ciavarelli
Sono una studentessa del corso triennale di Scienze Geologiche presso l’Università Statale di Milano. La mia passione per l’Artico nasce dalla natura e dallo studio delle lingue scandinave

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