Il memorandum di Atlanta crea un gruppo di lavoro trilaterale su sicurezza marittima e cooperazione economica. Arriva dopo che Seul ha appena completato il primo viaggio di andata e ritorno di una portacontainer lungo la Northern Sea Route, mentre Tokyo prepara la prima revisione della propria politica artica.

Un’intesa firmata a margine del G20

Il 30 ottobre, ad Atlanta, il ministro degli Esteri giapponese Toshimitsu Motegi, il segretario di Stato statunitense Marco Rubio e il ministro degli Esteri sudcoreano Cho Hyun si sono incontrati per circa venti minuti a margine della riunione dei ministri degli Esteri del G20. In quell’occasione hanno firmato un Memorandum per la creazione di una Trilateral Arctic Pacific Partnership (TAPP).

Il testo integrale del memorandum non è stato pubblicato. Tokyo ne ha diffuso una sintesi, secondo cui l’accordo istituisce un gruppo di lavoro trilaterale sull’Artico Pacifico e individua due possibili aree di cooperazione. La prima è marittima e punta a una migliore comprensione delle possibili attività di sicurezza in mare e di risposta alle emergenze. La seconda è economica e prevede lo scambio di informazioni sulle opportunità di partenariato.

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Foto: U.S. State Department

Si tratta di un accordo volutamente prudente, che non impegna i tre governi su progetti specifici. Il partenariato sembra però pensato per fare da contrappeso a Cina e Russia, che hanno da tempo intensificato gli sforzi comuni per sviluppare e utilizzare le rotte marittime artiche. Nella stessa riunione, secondo il resoconto del Dipartimento di Stato americano, Rubio ha espresso preoccupazione per le azioni cinesi nel Mar Cinese Meridionale e per la cooperazione russo-cinese che Washington ritiene dannosa per la stabilità dell’Indo-Pacifico. Durante l’incontro, i tre ministri hanno inoltre concordato di collaborare per contrastare le attività informatiche della Corea del Nord, che si ritiene contribuiscano a finanziare i programmi nucleari e missilistici di Pyongyang.

Perché è importante

L’Artico “Pacifico” è quello dello Stretto di Bering e dell’Alaska, l’unico settore artico sotto sovranità statunitense e la porta d’ingresso orientale della Northern Sea Route, la rotta marittima che costeggia la Russia artica. Washington vuole così riaffermare la centralità del proprio quadrante artico e fornire ai propri alleati asiatici una via sicura di accesso alle ricche risorse dell’Alaska.

Il dossier più concreto da collegare al Memorandum è infatti proprio il settore energetico, in particolare il colossale progetto Alaska LNG, ribattezzato anche “Project North”. L’oleodotto prevede di trasportare il gas del North Slope fino a Nikiski, sulla costa meridionale dell’Alaska, attraverso una condotta di circa 1.300 chilometri, per poi liquefarlo ed esportarlo verso Corea del Sud, Giappone e altri mercati asiatici. Dopo mesi di incertezze che ancora permangono sui finanziamenti pubblici all’opera, il 30 settembre Donald Trump ha dichiarato che Seul si era impegnata a investire oltre 50 miliardi di dollari su Alaska LNG.

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Mappa del progetto dal sito ufficiale di Alaska LNG

Seul ha però reagito con molta cautela a questo annuncio, di fatto smentendo ciò che il presidente Trump aveva dichiarato pochi giorni prima. Il 6 ottobre, davanti al Parlamento, il ministro dell’Industria Kim Jung-kwan ha ribadito che la Corea parteciperà solo se il progetto si rivelerà commercialmente sostenibile, pur riconoscendo che la guerra in Medio Oriente ne ha accresciuto il valore strategico. Anche Tokyo è coinvolta nel progetto di Alaska LNG. Tra le intese preliminari raccolte dallo sviluppatore Glenfarne figurano infatti una lettera d’intenti con un grande produttore elettrico giapponese per l’acquisto di un milione di tonnellate di gas all’anno.

Seul e la scommessa della Rotta del Nord

Tra i tre firmatari, la Corea del Sud è quella che nell’ultimo anno ha investito di più nell’Artico, con una forte spinta politica. La prova sul campo è arrivata quest’estate con la nave PanStar Acro. Partita da Busan il 22 agosto, ha percorso circa 2.320 miglia nautiche lungo la NSR in circa 6 giorni e 10 ore, a una media di 15,1 nodi. Il passaggio d’andata si è svolto senza l’assistenza di rompighiaccio russi.

Dopo gli scali a Felixstowe, Rotterdam e Danzica, la portacontainer da 2.758 TEU (ma riempita per circa un terzo, ndr) dell’armatore Panstar Line è rientrata a Busan l’11 ottobre, completando un viaggio di andata e ritorno in 50 giorni. Resta aperta la questione della convenienza economica, che al momento non sembra raggiungere la competitività con le rotte tradizionali.

Ma è la convenienza politica il vero nodo dello sviluppo commerciale della Northern Sea Route da parte dei coreani. La rotta corre interamente nelle acque artiche russe e il suo utilizzo richiede autorizzazioni rilasciate da strutture che fanno capo a Rosatom, un passaggio che rischia di creare attriti con gli alleati occidentali impegnati a mantenere l’isolamento di Mosca. Il memorandum con gli Stati Uniti va letto anche come gesto di distensione in questo senso.

Tokyo verso una nuova strategia

Il Giappone si muove con passo più lento, ma sta ridefinendo il proprio impegno artico. A fine giugno il primo ministro Sanae Takaichi ha chiesto di rivedere entro il 2027 la politica artica nazionale, adottata nel 2015 e mai riscritta. Takaichi ha motivato la scelta con l’aumento delle tensioni geopolitiche e con il potenziale della regione in termini di risorse e nuove rotte di navigazione.

La nuova politica del 2027 consoliderà probabilmente il passaggio del Giappone da semplice “paese interessato alle rotte commerciali” ad attore guida della science diplomacy e garante dello stato di diritto nelle acque polari. Il perno della nuova strategia sarà la Mirai II, il primo rompighiaccio da ricerca costruito appositamente dal Giappone, di classe polare PC4, capace di rompere in modo continuo 1,2 metri di ghiaccio alla velocità di 3 nodi. La nave, che sarà gestita dalla compagnia Mitsui OSK Lines per conto dell’agenzia JAMSTEC, sarà consegnata a Yokohama il 18 dicembre, in vista della prima spedizione artica prevista per l’estate 2027. Il governo intende impiegarla come piattaforma di ricerca internazionale aperta anche a scienziati stranieri, utilizzando la scienza come strumento diplomatico e di leadership internazionale.

L’impegno artico di Tokyo ha però ancora una componente russa difficile da archiviare. Mitsui e l’ente statale JOGMEC detengono insieme il 10% di Arctic LNG 2, il progetto di Novatek nella penisola di Gydan, da cui avrebbero dovuto ricevere 2 milioni di tonnellate di GNL all’anno. Mitsui ha già svalutato la partecipazione, ma funzionari giapponesi hanno espresso il timore che un’uscita dal progetto finirebbe per lasciare le quote alla Cina, che controlla già il 20% di Arctic LNG 2 e che ha progressivamente sostituito l’Occidente nella costruzione del progetto.

Un quadro ancora da riempire

Il memorandum di Atlanta offre a Washington una cornice per agganciare a sé le ambizioni artiche di due alleati che siedono come osservatori nel Consiglio Artico sin dal 2013, orientandole verso i propri interessi e, concretamente, verso il gas dell’Alaska. Per ora però la TAPP è soprattutto un gruppo di lavoro, e i suoi obiettivi sono formulati come approfondimenti e scambi di informazioni, più che veri e propri progetti di cooperazione congiunta.

Le contraddizioni sono però abbastanza evidenti. La Corea del Sud ha appena inviato una portacontainer nell’Artico russo mentre risponde con cautela ai proclami di Trump sugli investimenti nei progetti energetici dell’Alaska. Il Giappone, dal canto suo, partecipa a un’intesa pensata in chiave anti-russa e anti-cinese mentre mantiene una quota nel principale progetto di GNL artico della Russia. Sul rapporto fra Russia e Stati Uniti (e in particolare di questa amministrazione Trump) ci sarebbero poi molte cose da dire, ma di certo è anche questa una relazione ricca di aspetti controversi.

Saranno i contenuti che il gruppo di lavoro riuscirà a darsi, e in particolare le decisioni di investimento su Alaska LNG, a dire se questa partnership trilaterale diventerà una vera alternativa per l’accesso asiatico all’Artico o resterà una mera dichiarazione di allineamento politico, in un momento storico in cui tali dichiarazioni sono spesso smentite dai fatti concreti.

Enrico Peschiera

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Autore

  • Enrico Peschiera

    Ho studiato Relazioni Internazionali e oggi mi occupo di comunicazione aziendale. Scrivo qui perché l'Artico è una frontiera di profondi cambiamenti che meritano di essere raccontati.

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