Nuuk ha approvato i piani del giacimento di terre rare di Tanbreez e la società americana Critical Metals ottiene il controllo completo del progetto. Restano aperti i nodi dei costi, dei finanziamenti e della filiera.

Tanbreez, la scommessa sulle terre rare

Il governo groenlandese ha dato il via libera al progetto Tanbreez. Lo ha annunciato il 5 ottobre Critical Metals, la società che controlla il giacimento. Sono stati approvati i piani che stabiliscono come la miniera verrà costruita, gestita e infine smantellata, e prima dell’avvio dei lavori resta soltanto da sciogliere un ultimo nodo di permessi operativi. Negli stessi giorni la società ha chiuso anche la partita della proprietà, ora passata interamente nelle sue mani.

Il deposito si trova a Killavaat Alannguat, tra Narsaq e Qaqortoq, nel sud-ovest della Groenlandia. Critical Metals, quotata al Nasdaq, lo considera uno dei più grandi giacimenti di terre rare pesanti al mondo. Ma è soprattutto l’unico progetto minerario di questo tipo in Groenlandia che ha ottenuto l’approvazione governativa, una procedura molto complicata data la legislazione stringente in materia, che proibisce l’esplorazione e lo sfruttamento dei giacimenti contenenti livelli troppo alti di uranio.

Attorno a Tanbreez si è costruita negli ultimi anni una precisa strategia americana. Secondo quanto dichiarato a Reuters dal fondatore del progetto Greg Barnes, australiano, funzionari statunitensi avevano fatto pressione perché non vendesse a un acquirente cinese e cedesse il progetto a Critical Metals, cosa poi avvenuta. E questo accadeva già nel 2024, ben prima che il presidente Donald Trump iniziasse a lanciare le sue stoccate sul controllo dell’isola.

Il via libera di Nuuk

Le approvazioni sono state firmate a Nuuk il 29 settembre da Múte B. Egede, ministro per gli affari esteri, le attività produttive e le risorse minerarie. Sono intestate alla controllata Tanbreez Mining Greenland A/S e restano valide fino all’8 settembre 2050. Danno quindi al progetto un orizzonte di circa ventiquattro anni di attività nell’ambito della licenza di sfruttamento ottenuta nel 2020.

Il piano minerario riguarda la costruzione e la gestione della miniera, dell’impianto di trattamento, del porto e delle infrastrutture di supporto. Il piano di chiusura stabilisce come il sito verrà smantellato e ripristinato a fine attività. I documenti elencano diciannove elementi estraibili. Oltre a zirconio, afnio, tantalio e niobio ci sono quindici terre rare. La società ha messo in particolare evidenza le terre rare pesanti terbio, disprosio e ittrio, usate nei magneti permanenti ad alta temperatura per i motori elettrici, le turbine eoliche e le applicazioni militari.

Il cantiere però non può ancora partire. Critical Metals deve prima ottenere un ulteriore gruppo di permessi specifici previsti dalla legge groenlandese sulle risorse minerarie che riguardano la gestione ambientale, il trasporto marittimo, la salute e la sicurezza dei lavoratori e l’esportazione e la vendita dei minerali.

I conti ancora aperti

In parallelo si è quindi chiusa la partita societaria che avevamo raccontato a maggio. Ad aprile Critical Metals aveva rilevato il 50,5% detenuto dalla società del fondatore del progetto, Greg Barnes, e la sua quota era salita al 92,5%. Il restante 7,5% era nelle mani dell’australiana European Lithium, che Critical Metals ha deciso di acquisire per intero con uno scambio di azioni. Il 22 ottobre gli azionisti di European Lithium hanno approvato l’operazione e il 26 ottobre la Corte Suprema dell’Australia Occidentale ha dato l’approvazione definitiva.

Il quadro finanziario resta il punto più fragile del progetto. Nel 2025 Critical Metals stimava in 290 milioni di dollari l’investimento necessario per portare Tanbreez alla produzione commerciale. Nel proprio business update di gennaio 2026 la società ha indicato, sulla base degli studi di fattibilità in corso, stime tra 800 milioni e 1 miliardo di dollari.

Nel 2025 la Export-Import Bank of the United States aveva manifestato interesse per un prestito fino a 120 milioni di dollari, a condizione che il progetto fosse capitalizzato in misura adeguata da investitori strategici. A gennaio la società parlava ancora di trattative in corso con la banca e nello stesso 2025 l’amministrazione Trump aveva discusso un ingresso diretto nel capitale di Critical Metals.

Ad oggi il sostegno pubblico americano è quindi ancora in buona parte sulla carta. Un paio di settimane fa, il presidente statunitense ha scritto su Truth che prenderanno il via attività di esplorazione “su vasta scala” per la ricerca di petrolio, gas e minerali nella “nostra nuova e bellissima Groenlandia”. Non è però apparso chiaro a quali specifiche attività di esplorazione o progetti di sviluppo il presidente degli Stati Uniti si riferisse nel suo post.

Una filiera fuori dalla Groenlandia

C’è infine la questione della destinazione del minerale estratto. Secondo Critical Metals, la produzione è già tutta coperta da accordi di lungo periodo. Metà andrà a una joint venture in Romania, presentata dalla società come la prima filiera europea dalla miniera ai magneti. Un quarto andrà a un impianto di lavorazione in Arabia Saudita. Il resto è diviso tra l’americana REalloys, con il 15%, e la canadese Ucore, con il 10%.

Nessuna fase della lavorazione chimica è prevista in Groenlandia. La licenza del 2020 contiene però una clausola precisa. Fino al 31 dicembre 2035 l’eudialite, il minerale che contiene le terre rare di Tanbreez, può essere lavorata in un impianto chimico all’estero. Da quella data dovrà essere lavorata in Groenlandia, a meno che il governo non conceda una deroga. Nuuk si riserva quindi il diritto di deciderà valutando entrate fiscali, occupazione, sviluppo industriale e tutela ambientale.

Tanbreez ha dunque superato il passaggio più delicato sul piano regolatorio e ora ha un unico proprietario a stelle e strisce. Restano da trovare le risorse per costruire la miniera, ma una nuova corsa alle terre rare groenlandesi potrebbe essere appena iniziata.

Enrico Peschiera

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  • Enrico Peschiera

    Ho studiato Relazioni Internazionali e oggi mi occupo di comunicazione aziendale. Scrivo qui perché l'Artico è una frontiera di profondi cambiamenti che meritano di essere raccontati.

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