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Per Stoccolma, l’Artico è un tassello dello scontro con Mosca

I temi della sicurezza innervano la nuova Strategia svedese per la regione polare e influenzano il modo complessivo di guardare al tetto del mondo. Perché la Russia è un problema. Priorità: innanzitutto capacità di difendersi, poi sviluppo economico, coesione sociale e contenimento del cambiamento climatico. 

La nuova strategia artica svedese

La Svezia osserva ormai l’Artico attraverso la lente della sicurezza, militare e in senso lato. È questa la priorità della nuova strategia artica di Stoccolma pubblicata all’inizio di giugno. Tutti gli altri temi, dall’economia alla società e al clima, non sono certo trascurati, ma vengono letti anche e soprattutto attraverso i bisogni imposti dalla mutata situazione geopolitica

Non si tratta di uno stravolgimento, ma di un’ulteriore conferma della postura svedese. Lo scritto si allinea infatti perfettamente a tutti i documenti simili pubblicati negli ultimi anni, dalla Strategia di sicurezza nazionale all’organizzazione della “difesa totale”, passando per le strategie per lo spazio e per l’industria della difesa. Perché che la sicurezza sia divenuta prioritaria è esplicito ed evidente dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. Mosca è il problema fondamentale della politica estera di Stoccolma, che vede nel vicino orientale la decisiva minaccia alla propria sicurezza, da fronteggiare ovunque si manifesti l’azione del Cremlino.

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Fonte: Swedish Ministry of Foreign Affairs su X

Secondo la Svezia infatti la Federazione Russa si considera in un conflitto strutturale con l’Occidente e pensa in questi termini. Stoccolma ha dunque costruito un documento da cui emerge con chiarezza l’intenzione di muoversi come una potenza che ha individuato specifici bisogni di sicurezza e un nemico che li minaccia. A ciò subordina dunque la propria azione complessiva nella regione artica, peraltro considerata parte di un unico grande tebatro integrato che comprende anche la regione del Mar Baltico, senza soluzione di continuità.

È evidente la differenza con la precedente Strategia artica di Stoccolma, concepita prima dell’invasione russa dell’Ucraina e pubblicata nel 2020. Qui il testo si apriva con un capitolo sulla cooperazione internazionale da tutelare e mantenere, innanzitutto all’interno di un Consiglio artico che ancora comprendeva Mosca e il cui lavoro ancora funzionava “bene, nonostante le relazioni tra Occidente e Russia siano peggiorate a livello globale negli ultimi anni” (p. 14). I temi della sicurezza cominciavano a diventare rilevanti e il documento non mancava di farlo notare, ma la visione di fondo era ancora profondamente diversa. Era ancora possibile concepire una cooperazione complessiva con la Federazione Russa.

Ucraina: un prima e un dopo

Ben diversa è la situazione oggi. La nuova strategia ragiona su sicurezza, economia e ambiente, individuando sei aree tematiche su cui focalizzare l’attenzione (ovvero: “pace, sicurezza e stabilità”, “economia e commercio”, “clima e ambiente”, “società sostenibili, vivaci e resilienti” e “risorse strategiche”). La cooperazione internazionale come unità tematica scivola in fondo al testo e assume contorni molto differenti rispetto a prima, dato che si apre con la collaborazione all’interno della Nato.

Benché la Russia non venga esclusa in maniera esplicita da ogni attività di collaborazione, lo è nei fatti. Perché nella dichiarazione di intenti in dieci punti che funge da preambolo, il governo afferma che lavorerà perché tutti gli Stati artici rispettino i principi democratici e i diritti umani. Opererà inoltre per rafforzare la cooperazione nordica, transatlantica e Ue, per aumentare la capacità militare e per creare deterrenza. Si muoverà infine per generare la resilienza della società e uno sviluppo economico attento ai temi della sicurezza, che punta a sfruttare le risorse strategiche della nazione. È evidente che un programma di questo genere è assolutamente irricevibile per Mosca, benché rimanga aperto lo spiraglio della cooperazione scientifica. Difficile, stante quanto sopra, anche se bisogna ricordare che il lavoro di carattere tecnico all’interno del Consiglio artico prosegue. Un Consiglio artico il cui ruolo e azione Stoccolma intende sostenere, impegnandosi anche a contenere il cambiamento climatico.

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Foto: Jonas Ekströmer / TT / Kod 10030

La minaccia concreta rappresentata dal Cremlino è chiara: “Il riarmo russo avviene nelle immediate vicinanze della Svezia e costituisce una minaccia alla sicurezza e alla stabilità dell’Artico” (p. 7). Mosca è un problema a causa del suo bastione strategico, cioè nucleare, della Penisola di Kola, pesantemente fortificata e sede della Flotta del Nord, problema marittimo insieme alla cosiddetta flotta ombra. La Flotta del Nord custodisce le capacità di attacco nucleare sottomarina di Mosca ed è un elemento fondamentale della sua deterrenza strategica, oltre a essere in grado di influenzare eventuali vicende belliche nella Scandinavia settentrionale. La Svezia spera di poter contare sull’impegno americano nell’Alto Nord e nell’Artico, considerando che queste aree sono fondamentali per la difesa immediata del Nord America. Insomma, Washington da qui non si può ritirare, ragionano a Stoccolma. Allo stato attuale, però, ciò da cui bisogna difendersi sono le minacce ibride, come i sabotaggi alle infrastrutture sottomarine, non la guerra su vasta scala.

Non solo Russia

E poi c’è la Cina. A Stoccolma si è consapevoli del fatto che per la Repubblica Popolare l’Artico costituisce un’area di interesse strategico nel lungo termine, anche per le opportunità commerciali ed estrattive che rappresenta. Le attività di Pechino sul tetto del mondo, comprese quelle scientifiche, perseguono obiettivi di natura duale, ovvero sia civile sia militare, e dunque vanno letti in questa prospettiva. Nonostante la limitata presenza militare, preoccupa la cooperazione cinese con la Russia – poco felice di aprire l’Artico al suo vicino meridionale, bisogna dire.

E la Groenlandia? Si menziona anche quella all’interno del capitolo sulle “sfide strategiche”. Tuttavia la si nomina di sfuggita: “Durante il 2026, il quadro della sicurezza nell’Artico è stato influenzato dalle dichiarazioni dell’amministrazione americana sulla Groenlandia” (p. 8). È evidente la delicatezza della situazione. Dell’America si ha bisogno, ma al contempo minaccia alcuni dei pilastri di sicurezza svedese, come il principio di integrità territoriale e la preservazione (di quel che resta) dell’attuale ordine internazionale. Nel corso dell’ultimo anno e mezzo la Svezia ha mantenuto una chiara posizione di sostegno nei confronti della Danimarca, però è anche necessario non deteriorare il rapporto con gli Stati Uniti

La situazione è quindi difficile e la dinamica regionale non è positiva. Allora bisogna  impegnarsi per spostare il baricentro della Nato e dell’Ue verso Nord e – sempre seguendo il documento – rafforzare le capacità militari e le infrastrutture, a partire dalla nuova base Forward Land Forces (Flf) Nato di Rovaniemi. A guidare la Flf è proprio la Svezia, che fornisce il nucleo delle sue forze schierandole a Boden, nella contea di Norrbotten. Per Stoccolma, che non ha un accesso diretto alle acque del Polo Nord, Artico significa innanzitutto protezione del territorio nazionale, cioè della Scandinavia settentrionale. È necessario perciò approfondire la cooperazione in materia di difesa tra gli Stati artici, nel Nordefco – il coordinamento militare tra paesi nordici – e nel Joint Expeditionary Force a guida britannica, che si prevede possa intervenire anche nella regione polare. E occorre aumentare la presenza spaziale, dotandosi di una propria flotta di satelliti.

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Fonte: Försvarsmakten

Rischi e opportunità

L’Artico non è solo pericoli, ma anche opportunità economiche. Stoccolma intende sviluppare il proprio Nord, ma – ecco di nuovo la lente della sicurezza – avendo cura che apertura e cooperazione internazionale “non vengano sfruttate indebitamente da potenze straniere” (p. 18). Il paese scandinavo ha l’ambizione di creare una propria industria delle terre rare “per ridurre la dipendenza ad alto rischio da attori esterni” (p. 19). A interessare è poi tutto lo spettro delle risorse naturali di cui è ricco l’Artico, dai minerali alla pesca, avendo un occhio allo sviluppo di tecnologie verdi e remunerative in grado di preservare la competitività dell’economia svedese. Tra le infrastrutture, è il progetto di connettività digitale sottomarina Polar Connect a rappresentare il progetto di punta, mirante a collegare Europa, Asia e Nord America. In ambito commerciale la potenziale Rotta del Nord costituirebbe una ghiotta occasione, se non fosse che di fatto è sotto controllo russo e aumenterebbe le entrate dello Stato moscovita. Cioè, garantirebbe più risorse al proprio nemico strategico.

Si potrebbe quasi dire che la lotta al cambiamento climatico è anche lotta alla Russia, da questo punto di vista. L’ambiente non è affatto negletto, ma la sua importanza si è certamente ridotta rispetto agli anni passati, a favore di nuove impellenti necessità. Il contenimento del cambiamento climatico rimane un fatto strategico per Stoccolma, per i problemi che pone alle società e alla vita umana. Ma pure perché “determina delle conseguenze anche per la sicurezza artica e nel tempo influenza le condizioni strategiche e operative nell’Alto Nord” (p. 21). La base di partenza rimane l’accordo di Parigi, ma pragmaticamente si occhieggia anche la possibilità di esportare tecnologia verde svedese. Per raggiungere questi obiettivi in campo climatico si sollecita la cooperazione nel Consiglio artico e internazionale in generale. Anche la ricerca scientifica è un fattore di potenza e costituisce una “risorsa strategica” da utilizzare, sottolineando il proprio contributo nelle attività artiche sin dal XVIII secolo e il possesso della nave rompighiaccio Oden (Odino), da sostituire perché se ne intravede all’orizzonte il pensionamento.

Le comunità locali

Anche lo sviluppo e la coesione della società locale sono un fattore fondamentale nell’equazione strategica svedese e infatti costituiscono una parte rilevante del documento artico. Stoccolma ha bisogno di comunità vive, prospere e legate al progetto dello Stato centrale. Ma soprattutto ha bisogno di comunità: il Nord del paese è scarsamente popolato e si vorrebbe aumentarne gli abitanti. Difficile difendere il Nord se non c’è nessuno. Perciò si punta sullo sviluppo industriale e delle opportunità imprenditoriali, sulle infrastrutture, anche digitali, e sul turismo. E per rendere le collettività coese e in grado di reggere gli urti, si pensa alla difesa civile all’interno del concetto di difesa totale, ad assicurare le linee logistiche fondamentali e alla sanità. Anche le minoranze sono osservate dal punto di vista della nuova situazione strategica. In particolare i sami e i tornedalingar sono considerati preziosi nel mutato quadro di sicurezza per il loro patrimonio di conoscenze locali e del territorio. 

Sono tutti elementi non collaterali, ma centrali per assicurare la riuscita del piano complessivo. Un piano delineato dal centro, con obiettivi decisi nel centro e nel quale le comunità del Nord paiono coinvolte nel determinare come raggiungere gli scopi prefissi, non per decidere quali siano. Ma è un fatto in parte inevitabile, visto il nuovo contesto di riferimento. L’Artico svedese viene dunque arruolato nel progetto di riorientamento strategico nazionale, perché la situazione geopolitica è in mutamento, le tradizionali certezze sono saltate e la guerra non è più impensabile. Insomma, per Stoccolma il tetto del mondo è una parte del più ampio scontro con Mosca.

Roger Anton Calvello

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Autore

  • roger anton calvello

    Italo-svedese, laureato in storia moderna, sono un collaboratore di LimesMi occupo della geopolitica dell'Artico e delle nazioni scandinave, con particolare attenzione per la Svezia.

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