Intrappolata nel ghiaccio per mesi, lontana dalla terraferma e dalla luce del Sole, la Tara Polar Station ha iniziato la sua prima deriva nell’Oceano Artico.
Una nave progettata per non muoversi
Il 9 settembre 2026 la Tara Polar Station si è lasciata intrappolare dalla banchisa artica. A guidarla fino al punto prescelto, a nord delle Isole della Nuova Siberia, è stata la rompighiaccio cinese Xue Long 2 del Polar Research Institute of China, che nell’ambito di una collaborazione franco-cinese le ha aperto la via attraverso il ghiaccio per le ultime miglia.
Da quel momento, invece di cercare di liberarsi dal ghiaccio come spesso fanno le navi che passano per queste acque, l’imbarcazione ha iniziato a seguirne il movimento naturale attraverso l’Oceano Artico centrale. È l’inizio di Tara Polaris I, la prima di dieci grandi missioni scientifiche che, nell’arco di circa vent’anni, porteranno la stazione a trascorrere lunghi periodi alla deriva nel cuore dell’Artico.

L’idea può sembrare paradossale, a cosa serve costruire una nave e poi progettare deliberatamente il modo per farla rimanere bloccata nel ghiaccio? In realtà, è proprio questa la caratteristica che rende il progetto della Fondation Tara Océan particolarmente interessante. La stazione è stata concepita come una sorta di osservatorio oceanografico permanente. Lunga circa 26-27 metri e larga 16, ha una struttura rinforzata e una forma studiata per resistere alla pressione esercitata dalla banchisa.
Una parte consistente del ponte principale è destinata ai laboratori, mentre una moon pool, un’apertura nella parte centrale della struttura, permette di raggiungere direttamente l’oceano sottostante anche quando la stazione è circondata dal ghiaccio. Non è quindi una normale nave da ricerca che raggiunge l’Artico, raccoglie campioni e torna a casa, ma diventa parte dell’ambiente che vuole studiare.
Perché restare alla deriva
Il motivo di questa innovativa idea, fuori dagli “schemi classici” di un’esplorazione artica, è soprattutto scientifico, ma non solo. L’Oceano Artico centrale rimane uno degli ambienti meno conosciuti del pianeta, le spedizioni oceanografiche tradizionali possono raggiungere queste regioni soltanto per periodi relativamente brevi, lasciando grandi lacune nella raccolta dei dati, soprattutto durante l’inverno e le notti polari.
L’idea della Tara Polaris nasce proprio per provare a colmare questo vuoto. Il programma scientifico prevede infatti osservazioni continue dell’atmosfera, del ghiaccio marino e dell’oceano, utilizzando metodologie coerenti nel corso di missioni ripetute. Questo permetterà di distinguere ciò che appartiene alla normale variabilità stagionale dell’Artico dai cambiamenti più profondi e persistenti causati dal riscaldamento globale.
Il progetto è stato concepito su un arco temporale di circa vent’anni, dal 2026 al 2046, con dieci derive della durata indicativa di un anno e mezzo. L’obiettivo non è dunque ottenere semplicemente una fotografia della situazione attuale o dell’immediato futuro, ma costruire una vera e propria serie temporale capace di raccontare la trasformazione dell’ecosistema nel corso del tempo. Questo è fondamentale perché per comprendere un sistema in rapido cambiamento non basta sapere come è fatto oggi, bisogna osservarne l’evoluzione.



Dal ghiaccio ai microrganismi
Uno degli aspetti più ambiziosi del programma di ricerca di Tara Polaris riguarda la biodiversità artica. Sotto la superficie apparentemente sterile della banchisa esiste infatti un ecosistema complesso, popolato da batteri, archei, alghe, virus e altri microrganismi. Queste comunità costituiscono una parte fondamentale della rete trofica artica e partecipano ai cicli biogeochimici che regolano carbonio, nutrienti e produttività dell’oceano.
La ricerca sarà organizzata attorno a diversi filoni collegati tra loro: la vita nel ghiaccio marino, gli organismi che vivono nella colonna d’acqua, le interazioni tra biosfera e atmosfera e il monitoraggio degli inquinanti. Particolare attenzione sarà dedicata anche ai contaminanti trasportati fino all’Artico, compresi microplastiche, mercurio, black carbon e altre sostanze di interesse ambientale. Uno dei quesiti più interessanti su cui i ricercatori impegnati in questa missione sono chiamati a trovare delle risposte riguarda proprio il rapporto tra vita e atmosfera, tema trattato in un altro nostro articolo.
I microrganismi possono essere presenti nell’aria sotto forma di bioaerosol e interagire con le particelle che contribuiscono alla formazione delle nubi. Allo stesso tempo, aerosol, nubi e radiazione solare influenzano la quantità di energia che raggiunge la superficie del ghiaccio e dell’oceano. Si crea così una rete di interazioni nella quale atmosfera, ghiaccio e biosfera non sono compartimenti separati, ma parti di un unico sistema. Tara Polaris cercherà di ricostruire proprio queste connessioni, combinando campionamenti biologici, osservazioni atmosferiche e misure fisiche. La necessità di questo tipo di osservazioni nasce anche dalla rapidità con cui il sistema artico sta cambiando.
Il futuro dell’Artico
Le proiezioni scientifiche indicano che l’Oceano Artico potrebbe andare incontro a estati quasi prive di ghiaccio marino entro la metà del secolo. La riduzione della banchisa non comporterebbe soltanto una perdita di superficie ghiacciata, ma trasformerebbe profondamente le condizioni fisiche, chimiche e biologiche dell’intero ecosistema.
Con meno ghiaccio, cambiano la quantità di luce che penetra nell’oceano, gli scambi di calore tra atmosfera e superficie marina, la circolazione dell’acqua e la disponibilità di habitat per gli organismi associati alla banchisa. Potrebbero inoltre aumentare la presenza di contaminanti e l’arrivo di nuove specie provenienti dalle latitudini più meridionali. L’Artico rischia così di entrare progressivamente in uno stato ecologico diverso da quello che abbiamo conosciuto finora.
Per questo motivo la continuità delle osservazioni assume un’importanza particolare. Tara Polaris non vuole soltanto descrivere ciò che sta accadendo: vuole creare una base di dati abbastanza lunga e interdisciplinare da permettere agli scienziati di capire perché l’Artico sta cambiando e quali conseguenze potranno emergere nei prossimi decenni.

Un esperimento sulla Terra per prepararsi allo spazio
Un altro aspetto rende però Tara Polaris particolarmente singolare nell’ambito delle stazioni di ricerca in ambienti estremi. Non si pone infatti soltanto di essere un osservatorio dell’ambiente artico, ma anche un laboratorio per studiare gli esseri umani che vivono in condizioni di isolamento prolungato.
Durante la prima missione una dozzina di persone rimarrà infatti a bordo per svariati mesi e lì sperimenteranno l’inverno artico. Il Sole non sarà visibile per circa 120 giorni e le temperature medie potranno raggiungere i -25 °C. L’equipaggio sarà composto da scienziati, marinai, un medico e un professionista della comunicazione, ed è qui che entra in gioco un importante partner di questa missione, ovvero l’Agenzia Spaziale Europea (ESA).
L’ESA considera Tara Polaris I un’opportunità per studiare il comportamento umano in un ambiente che presenta alcune caratteristiche comuni alle missioni spaziali di lunga durata: isolamento, confinamento, risorse limitate, assenza di contatto diretto con l’esterno e impossibilità di interrompere rapidamente la missione. I membri dell’equipaggio sono stati sottoposti allo stesso tipo di screening psicologico utilizzato per le squadre che trascorrono l’inverno alla stazione Concordia in Antartide e durante la missione saranno monitorati parametri come sonno, stress e prestazioni cognitive. La banchisa cambia continuamente (un po’ come lo spazio), la stazione va alla deriva insieme al ghiaccio (come la stazione spaziale internazionale) e l’ambiente circostante non è mai completamente prevedibile. Secondo l’ESA, questo introduce una componente di incertezza che può risultare particolarmente interessante per comprendere la risposta psicologica degli esseri umani durante missioni simili a quelle spaziali.
Fino allo spazio
La collaborazione con l’ESA non si fermerà però soltanto allo studio dell’equipaggio. Durante questa prima missione l’Agenzia condividerà con il team della stazione gli orari e le traiettorie di alcuni satelliti, tra cui Sentinel-3, EarthCARE e CryoSat. Quando passeranno sopra la stazione, gli strumenti a bordo potranno effettuare misure contemporanee sulla superficie, permettendo di confrontare le osservazioni raccolte direttamente nell’Artico con quelle ottenute dall’orbita.
Questo è solo un esempio particolarmente efficace di come la ricerca polare contemporanea stia diventando sempre più integrata. Il ghiaccio viene osservato dal satellite, studiato dai sensori installati sulla stazione e analizzato direttamente attraverso campioni di neve, ghiaccio, acqua e atmosfera. Contemporaneamente, le persone che raccolgono quei dati diventano esse stesse oggetto di ricerca.
La prima deriva terminerà nell’aprile 2027, la stazione proseguirà poi il proprio percorso prima di fare ritorno in Francia entro la fine dell’anno, ma sarà soltanto l’inizio. Nei prossimi vent’anni altre nove missioni torneranno a seguire con attenzione il ghiaccio artico. Quando la Tara Polar Station si lascerà nuovamente trasportare dalla banchisa, gli scienziati non cercheranno soltanto risposte sul futuro dell’Artico, bensì di capire quanto rapidamente stia cambiando uno degli ambienti più importanti del sistema climatico terrestre, quanta vita invisibile si nasconda ancora sotto il ghiaccio e, forse, anche quanto siamo preparati a vivere per mesi lontano dalla Terra.
Pietro Boniciolli

