Dal governo di minoranza in Québec al voto in Alberta, la secessione torna a toccare i nodi strategici del Canada: le risorse minerarie ed energetiche del Grande Nord.

I risultati elettorali

Il 5 ottobre 2026 si sono tenute in Canada le elezioni regionali del Québec, una delle province storicamente più indipendentiste del paese. A vincere le elezioni, seppure con un governo di minoranza di 59 seggi e appena il 28% dei voti, è stato Parti Québécois (PQ), o partito quebecchese. La forza politica guidata da Paul Saint-Pierre Plamondon ha ricevuto il maggior supporto nelle regioni rurali mentre nelle metropoli, come Montréal, Laval e Quebec city, non è riuscito ad arrivare primo. A perdere invece, senza ricevere nemmeno un seggio, è stata la Coalition Avenir Québec (CAQ) che governava da ben 8 anni.

Il partito quebecchese è il più importante promotore di un nuovo referendum per l’indipendenza della provincia, ma per indirlo dovrà ricevere l’appoggio di una forza socialdemocratica, il Québec Solidaire che ha invece ottenuto 9 seggi nel parlamento della regione. Insieme, i due partiti potrebbero ottenere la maggioranza richiesta per il progetto, 64 su 127. Il compromesso tra le due forze politiche potrebbe essere però complesso data la loro distanza su questioni cruciali come le politiche migratorie ma uniti dall’istanza indipendentista. Infatti, il partito quebecchese si è tramutato negli ultimi anni in una forza politica di destra e fortemente consevatrice su questioni economiche e identitarie.

Negli ultimi anni il PQ ha infatti accentuato un profilo identitario, con posizioni restrittive su immigrazione e laicità. QS resta invece una formazione di sinistra che, prima di qualsiasi referendum, vorrebbe affidare il progetto indipendentista a un’assemblea costituente. Sul fronte opposto siedono i 40 deputati del Parti libéral du Québec di Charles Milliard, ora all’opposizione e contrario al referendum, e i 19 del Parti conservateur di Éric Duhaime, al suo primo ingresso nell’Assemblea nazionale.

In ogni caso, Paul Saint-Pierre Plamondon, leader del partito quebecchese, ha sottolineato l’intento di proseguire verso un nuovo referendum, attendendo però la fine del mandato presidenziale di Donald Trump nel 2028. La consultazione cadrebbe dunque nel 2029 o nel 2030, a patto che il governo arrivi fino ad allora.

La reazione di Mark Carney e il referendum in Alberta

Il primo ministro canadese, il giorno dopo le elezioni, si è complimentato col nuovo premier del Québec e ha incoraggiato la cooperazione tra il governo federale e la nuova maggioranza, glissando sulle aspirazioni indipendentiste del governo eletto. Carney ha invece incoraggiato il bisogno di un’intensa cooperazione nel paese per questioni cruciali, come le infrastrutture e l’energia, per ridurre la dipendenza del paese dagli Stati Uniti.

Il voto quebecchese arriva peraltro in una fase delicata per l’unità del paese. Proprio oggi, 19 ottobre, gli elettori dell’Alberta sono chiamati alle urne per un referendum su dieci quesiti, in gran parte dedicati all’immigrazione e a questioni costituzionali. L’attenzione si concentra però sul decimo, che se passasse avvierebbe l’iter costituzionale necessario per tenere, in futuro, un referendum vincolante sull’indipendenza.

La consultazione nasce da una petizione separatista che aveva raccolto oltre 300.000 firme, bloccata a maggio da un tribunale perché il governo non aveva consultato le First Nations. A quel punto la premier Danielle Smith, pur dichiarandosi contraria alla secessione, ha deciso di inserire il quesito nella tornata di ottobre. A differenza di quello quebecchese, il malcontento albertano ha radici economiche più che identitarie. La provincia custodisce la gran parte delle riserve petrolifere canadesi e da anni contesta a Ottawa il sistema di redistribuzione fiscale e le politiche climatiche. Carney, cresciuto proprio in Alberta, ha comunque definito il referendum un “bluff pericoloso” nel pieno della guerra commerciale con gli Stati Uniti.

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I precedenti quesiti referendari

La questione dell’indipendenza del Quebec non è nuova. Il primo referendum risale al 1980, fu promosso dallo stesso partito oggi al governo della regione ma sotto la guida di René Lévesque, figura chiave dell’indipendentismo quebecchese. In questa prima consultazione referendaria, quasi il 60% dei cittadini si opposero al tentativo di secessione.

Nel secondo caso invece, avvenuto nel 1995, il margine tra il Sì e il No si assottigliò. Infatti, lo stacco fu di 1,16 punti percentuali, con un 49,42% di voti favorevoli e 50,58% di voti contrari all’indipendenza. Tuttavia, la Corte Suprema canadese nel 1998 ha tenuto a sottolineare come, anche con un risultato favorevole alla separazione del Québec, la regione avrebbe comunque dovuto dialogare col governo federale per trovare un accordo.

Una questione di risorse

Seppur la possibilità che il Quebec diventi a breve indipendente dal resto del Canada rimanga lontana, l’incognita secessionista resta. Ma c’è da considerare che il Québec possiede importanti giacimenti di minerali critici, tra cui litio, cobalto, rame, titanio e zinco.

Questi materiali sono considerati essenziali per la transizione energetica, la riduzione delle emissioni di gas serra e lo sviluppo delle nuove tecnologie. Questi minerali sono indispensabili per produrre: batterie per veicoli elettrici, sistemi di accumulo dell’energia, tecnologie per energie rinnovabili, dispositivi elettronici, apparecchiature mediche e applicazioni legate all’intelligenza artificiale e alla robotica.

Québec Canada
Québec City

Una parte rilevante di queste risorse si trova nel Nord del Québec, lontano dal cuore francofono del movimento sovranista. La circoscrizione di Ungava, più estesa della Francia, comprende le quattordici comunità inuit del Nunavik e le nove comunità cree di Eeyou Istchee. Dal 1975 questi popoli regolano i rapporti con Québec e Canada attraverso il James Bay and Northern Quebec Agreement. Cree e Inuit hanno sempre sostenuto che il loro territorio non potrebbe entrare in un Québec indipendente senza il loro consenso. È una posizione che rende ancora più incerto il destino delle terre dove si concentrano miniere e grandi impianti idroelettrici. Discorso analogo vale infatti per l’energia, dato che Hydro-Québec, la società statale che gestisce la produzione e il trasporto di energia idroelettrica, con oltre 37 GW installati, è il primo produttore di elettricità dell’intero Nord America.

Pertanto, data l’ampia presenza di ricchi giacimenti minerari e di risorse energetiche, la secessione del Québec non è soltanto una questione di patriottismo, ma va a toccare settori strategici per l’autonomia economica ed energetica dell’intero paese.

Matteo Brancia

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Autore

  • matteo brancia

    Laureato in Scienze Politiche presso la LUISS Guido Carli di Roma, sto proseguendo i miei studi con una magistrale in International Relations nella medesima università. Nutro un grande interesse per la politica internazionale, le nuove tecnologie e i diritti civili.

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