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Cose da fare di notte al circolo polare artico

Intervista a Leonardo Piccione, autore del nuovo libro edito da Neri Pozza, tra paesaggi, incontri e un ambiente sconfinato, come quello d’Islanda.

Oltre i miti e le leggende

Cose da fare di notte al circolo polare artico” non è una classica guida di viaggio né un saggio sull’Artico. È il racconto di un percorso che attraversa paesaggi, incontri e riflessioni, invitando il lettore a guardare il Grande Nord con occhi diversi. Tra il fascino della notte polare, il silenzio di territori estremi e le storie di chi li abita, Leonardo Piccione costruisce una narrazione che intreccia geografia, letteratura e osservazione del mondo, restituendo un’immagine dell’Artico lontana dagli stereotipi e sorprendentemente vicina all’esperienza umana.

Leonardo Piccione è nato a Corato, Bari, nel 1987. Dopo un dottorato di ricerca in Scienze Statistiche ha deciso di affiancare ai numeri le parole. Autore di reportage narrativi e sportivi per diverse riviste cartacee e digitali, è stato al seguito di sette Giri d’Italia. Coltiva da tempo un forte rapporto con l’Islanda, terra che ha raccontato ne “Il Libro dei vulcani d’Islanda” (Iperborea 2019). È autore anche di “Tutta colpa di Venere” (Neri Pozza 2022) e di “Insegnare a nuotare a una foca” (Utet 2024).

Il titolo del libro attira subito l’attenzione del lettore, perché proprio “cose da fare di notte”? La notte artica è diventata il vero strumento attraverso cui osservare il Nord?

“La notte secondo me è lo strumento perfetto per evidenziare il contrasto tra il mondo nordico e le nostre latitudini. Il rapporto con la luce, la percezione che questa si trasformi e cambi completamente identità tra una stagione e l’altra, la trovo l’esperienza più qualificante della mia vita a Grímsey, anche più delle temperature. Ma il titolo del libro contiene anche un elemento di gioco. Cosa ci sarà mai da fare di notte in un posto del genere? Ecco, se vogliamo il libro è un tentativo di raccontare quello che si fa quando le possibilità e lo spazio a disposizione sono ridotti all’osso.

leonardo piccione

Non è un’indagine antropologica complessa, intendiamoci, piuttosto una riflessione che parte da una sfida con me stesso: cosa faccio, a cosa penso, quanto resisto in un luogo così? È il mio modo di affrontare un’impresa “estrema”, dove con estrema non si intende affrontare un orso polare a mani nude [ride], ma fare lunghe passeggiate a vedere gli uccelli che popolano l’isola, imparare a giocare a scacchi, leggere libri sulla storia dell’isola o preparare la focaccia per i locali”.

Che cosa cambia nel modo di percepire i paesaggi artici quando il sole scompare per settimane o, al contrario, non tramonta mai davvero?

“In realtà a questa latitudine c’è sempre una presenza – per quanto minima – della luce, quindi l’esperienza della notte polare vera e propria non l’ho fatta. Mentre quella del sole di mezzanotte sì, e in un certo senso è ancora più destabilizzante. Bisogna sintonizzarsi su una lunghezza d’onda diversa, sul ritmo di un paesaggio che cambia rapidamente intorno a te. 

E poi anche la luce perpetua è una privazione… di sonno nel mio caso! È un adattamento non facile, all’inizio. Dopo però ti abitui, anzi quando verso fine luglio si accende per la prima volta il faro dell’isola, insieme al sollievo di capire che si potrà tornare a dormire normalmente c’è anche il dispiacere per la fine dell’estate. Molti abitanti, i turisti e gli uccelli cominciano ad andare via e si ritorna ad una dimensione che da un lato è piacevole, intima, solitaria, dall’altro ha le sue difficoltà. Io ricerco la solitudine, è vero, ma allo stesso tempo la temo, è uno dei contrasti di cui provo a parlare nel libro”. 

Grimsey

Racconti l’Artico in modo molto personale e diverso dal solito, attraverso incontri, deviazioni e piccoli episodi quotidiani. C’è stato un singolo momento durante il viaggio in cui ha capito che il libro non sarebbe stato un semplice reportage geografico?

“Già dall’inizio, prima ancora di venire a Grimsey. E la prima volta che sono venuto qui, nell’inverno del 2022, non sono venuto per fare eremitaggio. Uno degli elementi che mi interessavano era proprio che ci fossero degli abitanti, su quest’isola lontana attraversata dal Circolo Polare Artico. Era una curiosità che andava oltre la geografia pura e l’aspetto naturalistico: mi interessava il lato umano di questo luogo. Nonostante le brutture e le cose terribili di cui sono capaci, gli esseri umani mi incuriosiscono.

Mi capita spesso di passare del tempo su Google Maps a immaginare come si viva in posti sperduti, freddi e molto piccoli, per cui a un certo punto mi sono chiesto cosa facesse la gente in questo specifico pezzetto di Islanda, un Paese in cui passo gran parte della mia vita da quasi dieci anni. Avevo visto che a Grímsey c’erano un ristorante, un negozio e una piscina, cioè il minimo indispensabile, e ho voluto sperimentare in prima persona. Quindi il reportage naturalistico rimane una parte fondamentale del libro, ma dentro c’è finito anche se non soprattutto quello che ho vissuto, letto e pensato mentre lo scrivevo”. 

Molti lettori associano l’Artico a un luogo remoto e “vuoto”. Dopo averlo vissuto in prima persona, qual è lo stereotipo che ti sembra più lontano dalla realtà?

“Diversi. Il primo riguarda la “purezza” che viene associata all’Artico e ai popoli che ci abitano. La minore antropizzazione e le vite meno influenzate dalla contemporaneità vengono interpretate a priori come un fattore etico positivo. In realtà non credo sia così. C’è sicuramente minore contaminazione dell’ambiente, meno edifici, meno segni della presenza umana. Questo però non vuol dire che la vita e la natura siano intrinsecamente ‘migliori‘. L’esistenza delle persone si adatta al posto in cui vivono: per alcune cose possiamo sicuramente imparare ed ispirarci, alcune invece sono meno condivisibili e meno trasferibili nella nostra quotidianità.

Il secondo stereotipo è l’eroismo che viene associato a questo tipo di mondo. Uno decide di vivere qui e immediatamente diventa un eroe. In realtà si viene semplicemente indotti a un compromesso, a riconoscere i propri limiti e adattarli al contesto. La popolazione locale non si ritiene eroica, vive vite normali e non utilizza aggettivi sensazionalistici per descriverle”. 

Nel libro emerge un rapporto molto forte tra esseri umani e ambiente. Hai avuto l’impressione che chi vive nel Nord percepisca il riscaldamento globale in modo più concreto rispetto a chi lo osserva da lontano?

“Dico subito che la mia risposta si basa sulla mia esperienza a Grímsey, quindi non so quanto sia estendibile. Posso dire che qui il problema è percepito in modo molto concreto. Per esempio, da diversi anni d’inverno non si forma più ghiaccio marino a largo dell’isola. Questo significa che le acque intorno a Grímsey sono meno protette dalle onde alte. Il risultato è che fino a qualche anno fa si poteva uscire a pescare più spesso con il brutto tempo, adesso invece i pescatori non escono quasi più se il vento è forte, perché manca la protezione del ghiaccio contro le onde più pericolose. 

leonardo piccione autore

I locali, però, questa condizione non la problematizzano scientificamente. Osservano la novità, ma non menzionano il riscaldamento globale tra le cause delle loro preoccupazioni quotidiane. Non fanno una gerarchia, del tipo “nel 2026 il riscaldamento globale è il problema principale che dovremo affrontare”. È solo uno dei problemi nelle loro esistenze, che sono complicate da sempre. C’è l’idea o la speranza di potervi porre rimedio in qualche modo, che è una cosa molto presente nel dna islandese. Pensano di poter mettere sempre una toppa ai flagelli che la natura mette loro davanti. 

A Grímsey poi c’è un bias ulteriore legato al microclima dell’isola, che d’estate è particolarmente fresco. Le persone sono felici se fa un po’ più caldo e possono mettere i pantaloni corti per qualche giorno in più! Quindi, ecco, qui al momento gli effetti del riscaldamento globale sono più indiretti che altrove, e per questo forse ancora più insidiosi”.

Descrivi nel libro spesso il silenzio, il buio e l’attesa. Quanto è stato difficile trasformare esperienze così personali in scrittura senza cadere nella banalità?

“Il vocabolario del ‘Grande Nord’ è un po’ consumato, a volte i resoconti risultano molto simili tra loro. Non intendo dire che certe immagini siano false o non sperimentabili, ma le trovo un po’ abusate. Per questo ho scelto di essere il più preciso possibile nelle cose che ho raccontato, anche nelle similitudini per esempio, nella descrizione del vento e nelle liste degli uccelli, perché credo che il dettaglio sia un antidoto al sublime seriale, che dopo un po’ annoia, almeno me.

Un altro antidoto è l’autoironia. Volevo fosse chiaro da subito che non mi ritengo un eroe e non c’è una ‘rivelazione finale’ nella mia esperienza islandese. Sono cambiato e ho capito delle cose che prima non sapevo di me, ma non sono rinato. Ecco, volevo sfuggire a queste due cose mentre scrivevo: non diventare né l’esperto che ti dà lezioni su qualcosa né il guru che ti fornisce le istruzioni per vivere meglio la tua vita“. 

L’Artico è sempre più presente nel dibattito pubblico, ma spesso attraverso dati scientifici o notizie geopolitiche. Che cosa può aggiungere la letteratura a una comprensione dell’Artico che già passa attraverso grafici, satelliti e conferenze sul clima?

“I report dello stato islandese dicono che Grimsey è un insediamento a rischio a causa della costante riduzione della popolazione residente sull’isola (meno di sessanta d’estate, una ventina d’inverno). La letteratura secondo me ha la capacità di trasformare queste fredde constatazioni in racconto, chiedendosi: ‘Chi sono queste persone a rischio?’. 

La geopolitica parla di rotte transpolari e zone economiche esclusive, ma senza le storie delle persone – e degli animali, e delle piante – che ci vivono, quei chilometri quadrati rischiano di rimanere burocrazia, amministrazione. La letteratura non cerca di aggiungere altri dati o altri numeri: ne abbiamo già a sufficienza per comprendere la gravità dell’epoca che stiamo attraversando. La letteratura suggerisce dei motivi per guardare a quei numeri in un altro modo, con più calore, più connessione emotiva. E, se possibile, con ancora più preoccupazione”.

puffin

Durante il viaggio hai incontrato persone che ti hanno cambiato il modo di guardare il Nord? C’è un personaggio che ha un posto speciale per te?

“Nel libro si incontrano molte persone, ne cito due. Il primo è un bambino di dieci anni chiamato Konráð, l’ultimo alunno della scuola di Grímsey, chiusa nel 2019. Konráð mi ha fatto scoprire un rapporto con la natura non mediato, in cui la simbiosi con il mondo naturale non è pura contemplazione, ma affianca alla meraviglia il consumo e in certi casi una certa brutalità, per esempio in attività come pesca e caccia, che continuano a essere una parte fondamentale della vita sull’isola. Apprendere tutto questo da un bambino è stata un’esperienza simbolicamente molto potente.

Un altro personaggio che ha un posto speciale, nonostante non lo abbia potuto incontrare fisicamente, è Daniel Willard Fiske, il patrono e benefattore di Grímsey, un professore americano dell’università Cornell vissuto tra il 1831 e il 1904 e ancora oggi celebrato sull’isola. Un uomo che ho cercato di capire senza mai arrivare a una vera soluzione. Questo suo amore per Grímsey era disinteressato o nascondeva un desiderio di possedere questo luogo remoto e influenzarlo con le sue idee?”

Nel raccontare l’Artico hai scelto un tono molto narrativo, quasi da esplorazione interiore. Quanto c’è di autobiografico nel libro e quanto invece nasce da un’osservazione più “tecnica” del territorio?

“Le due anime del libro, se così vogliamo chiamarle, vengono dalla stessa fonte, cioè me stesso e il mio percorso. Ho una formazione da statistico, per questo motivo censire, provare a dare ordine alle cose, mi viene naturale. La parte dell’osservazione tecnica, quindi, è già di per sé fortemente autobiografica. Poi c’è l’indagine sul mio bisogno di isolamento, sulla logica un po’ contorta per cui mi impongo delle parentesi di solitudine come vaccinazione contro il timore della solitudine stessa. 

In sintesi, la parte tecnica scansiona l’isola; quella più strettamente autobiografica misura la distanza tra me e l’isola. Il libro sta nel mezzo. Sono consapevole che ci sia il rischio che possa essere uno strano ibrido, tuttavia desideravo che non fosse né un’indagine pura su Grimsey, né un libro il cui protagonista principale fossi io. 

La nota finale, e forse un insegnamento che ho tratto da questa esperienza, è proprio che il miglior modo per affrontare certi tempi e certi luoghi è cercare di armonizzare le proprie diverse anime, ed empatizzare il più possibile con le proprie contraddizioni e quelle degli altri”. 

Pietro Boniciolli

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Autore

  • pietro boniciolli

    Sono laureato in gestione sostenibile dell’ambiente montano presso l’Università di Bolzano e ho una grandissima passione per le scienze polari. Attualmente lavoro come guida Turistica in una grotta sul Carso Triestino, adoro fare trekking e sport di squadra

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