Groenlandia

“All we need is Greenland”, Trump ruggisce ancora dal palco di Davos

Dal palco di Davos, il discorso di Trump mette in discussione alleanze, sovranità e sicurezza europea: sulla Groenlandia si gioca uno scontro senza precedenti interno alla NATO.

Davos, resa dei conti

Donald Trump ha preso la parola oggi al World Economic Forum, il forum annuale che si riunisce nella cittadina svizzera di Davos, in un contesto politico internazionale sostanzialmente senza precedenti. Le brame sulla Groenlandia hanno avuto l’effetto di un uragano sull’Europa e molti si interrogano sul futuro che può avere la NATO dopo una rottura così evidente.

Ieri il premier canadese Mark Carney ha lanciato delle forti stoccate all’omologo americano e alle sue velleità imperialiste, arrivando a dire che “le potenze medie devono agire insieme perché in questo contesto se non sei al tavolo, sei nel menu“.

Gli ha fatto eco Emmanuel Macron, i cui occhiali scuri hanno distolto l’attenzione dal potente messaggio inviato a Trump: “ai bulli preferiamo il rispetto, alla brutalità lo stato di diritto”. Poche ore prima l’inquilino dello Studio Ovale aveva diffuso i messaggi privati ricevuti dal presidente francese che gli chiedeva di organizzare un incontro sul futuro della grande isola artica. Una giornata di tensioni mai viste fra gli alleati, specialmente in un consesso tradizionalmente votato a instillare fiducia nei facoltosi investitori che popolano la platea.

Macron nel suo intervento ieri a Davos.

In molti oggi attendevano la risposta del presidente USA a queste stoccate. Non sono stati delusi.

A big piece of ice

Coerentemente allo stile di Donald Trump, il discorso di Davos è stato una dimostrazione di forza verbale, un profluvio di affermazioni pensato per testare limiti e reazioni. Una decina di minuti servono a incensare i propri successi in campo economico, ma il passaggio sulla Groenlandia è stato il vero cuore politico dell’intervento. “Dite che dovrei parlare della Groenlandia?” ha ironizzato Trump prima di cominciare a entrare nel merito della questione.

“Tutto ciò che gli Stati Uniti chiedono è la Groenlandia. Non acconsentirete? Ce ne ricorderemo“. La frase cruciale ha il tono di un ultimatum, anche se pronunciata con apparente leggerezza. Trump aggiunge di non voler usare la forza, salvo poi evocarla in modo esplicito: “Probabilmente non otterremo nulla, a meno che io non decida di usare una forza e una potenza eccessiva, nel qual caso saremmo, francamente, inarrestabili. Ma non lo farò”. La contraddizione è solo apparente. Negare l’uso della forza mentre la si descrive nel dettaglio equivale a usarla come minaccia.

Il tono si fa ancora più rivelatore quando Trump, per ben tre volte, si riferisce alla Groenlandia chiamandola “Iceland”. Certamente un errore, ma il punto non è la confusione in sé. È l’effetto politico. La sovrapposizione tra Islanda e Groenlandia segnala una concezione indifferenziata dello spazio nord-atlantico, trattato come un continuum strategico di pertinenza degli Stati Uniti, piuttosto che come un insieme di territori sovrani, autonomi, abitati.

Sicurezza prima di tutto

Trump chiarisce però un punto fondamentale, spesso frainteso nel dibattito pubblico. La Groenlandia, dice, non è una questione di terre rare. Quelle, sottolinea, “sono sepolte sotto metri e metri di ghiaccio”. L’interesse americano non è minerario, né economico in senso stretto. È puramente strategico.

Il cuore della richiesta è infatti sempre più chiaramente il Golden Dome, il sistema di difesa missilistica che nella visione trumpiana deve garantire l’invulnerabilità del territorio statunitense. In questa architettura, la Groenlandia non è una periferia, ma un pilastro. La sua posizione tra Nord America ed Eurasia, lungo la traiettoria più breve dei missili balistici intercontinentali, la rende essenziale per radar, sensori, intercettori, infrastrutture spaziali. La Groenlandia, insomma, è un nodo fondamentale dell’architettura di deterrenza statunitense, non una miniera.

Questo passaggio è cruciale perché sposta il discorso su un piano più serio e più inquietante. Trump non sta parlando di affari, ma di architettura strategica globale. La Groenlandia è una questione di sicurezza, e “per difendere qualcosa, devi possederla”. Così liquida il discorso sulla sovranità danese.

Un meme creato con Intelligenza Artificiale postato da Trump sul social Truth

Il messaggio è brutale e onesto al tempo stesso: la Groenlandia serve agli Stati Uniti per difendere se stessi. Se questo entra in conflitto con la sovranità danese o con gli equilibri europei, è un problema secondario.

La fine della NATO?

E così, la Groenlandia diventa lo strumento di uno scontro politico più ampio tra Stati Uniti ed Europa. Trump non attacca solo Copenaghen, attacca l’intero assetto europeo. L’Unione Europea che “non va nella direzione giusta”, che non controlla importazioni e immigrazione, con alcune città diventate “irriconoscibili”.

Lo stesso schema si ripete sull’Ucraina. “Kiev? Spetta all’Europa difenderla. Noi abbiamo un grande oceano che ci separa dall’Ucraina”. Non è isolamento, è selezione degli obblighi. L’America sceglie dove impegnarsi e dove no. E lo fa ricordando agli alleati una verità che Trump esplicita senza diplomazia: “senza gli Stati Uniti, tanti paesi non esisterebbero neanche“.

In questo quadro, la questione della Groenlandia sta diventando sostanzialmente un test di obbedienza. Se l’Europa accetterà che una questione di sicurezza americana giustifichi l’acquisizione diretta su un territorio europeo, il precedente sarà stabilito. Se resisterà, lo scontro non sarà militare (probabilmente, a dire dello stesso Trump), ma politico, economico e simbolico, segnando una frattura insanabile nell’Alleanza Atlantica.

In definitiva, nelle ultime settimane Trump sta ridefinendo i rapporti di forza transatlantici usando l’Artico come leva. E se il ghiaccio che si scioglie è quello polare, ciò che scricchiola davvero è l’equilibrio politico tra Stati Uniti ed Europa.

Enrico Peschiera

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Enrico Peschiera

Ho studiato Relazioni Internazionali e oggi mi occupo di comunicazione aziendale. Scrivo qui perché l'Artico è una frontiera di profondi cambiamenti che meritano di essere raccontati. Genovese e genoano.

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