Groenlandia

L’oro nero della Groenlandia, tra terra e mare

Accecati dall’immagine di un Artico immobile e incontaminato, abbiamo ignorato per decenni le sue profondità geologiche: tra ghiaccio, bacini sedimentari e scelte politiche, la storia del petrolio in Groenlandia racconta molto più di una semplice corsa alle risorse.

Il candore che acceca

Nel libro “A Nord di Thule” del celebre esploratore danese Knud Rasmussen (1879-1933) si menziona molteplici volte della problematica invalidante affrontata da uno dei suoi compagni durante il viaggio verso il leggendario Canale di Peary: l’oftalmia. Si tratta di una malattia da sempre ben conosciuta dal popolo inuit, dovuta dalla visione prolungata del bianco accecante del ghiaccio e della neve: risulta quindi una problematica decisamente centrale nelle valutazioni degli ambienti glaciali alpini, e ancora di più in un viaggio su una calotta estesa come quella groenlandese.

L’Artico fa questo effetto: è osservato da tutti da un lungo tempo, pensando che si tratti di un’area caratterizzata da natura incontaminata e inaccessibile, da un candido colore bianco diffuso fin dove l’occhio ha modo di vedere. Un posto sereno, epitomo dell’immagine condivisa di “pace e stabilità”. Solo dopo un lungo tempo, si stanno rivelando centrali le sue criticità, allo sguardo del pubblico più ampio. Oftalmia: “accecati” dalla sua importanza e risonanza globale.

È proprio per questo motivo che potrebbe risultare inaspettato scoprire come, secondo un report pubblicato nel 2021 da Flemming G. Christiansen (Geological Survey of Denmark and Greenland), il culmine dei sondaggi petroliferi in Groenlandia sia stato più di 10 anni fa, tra il 2010 e il 2015. Per poi, trovarsi davanti ad un crollo di interessi ed investimenti. Per quanto il tema possa accendere dibattito e speculazioni, oggi ancor più di ieri, è naturale il sorgere di una domanda che guarda alle radici della storia: com’è possibile che in Groenlandia, la “terra dei ghiacci”, si nascondano idrocarburi?

“Drill baby, Drill”, ma con cautela

L’inquadramento e il rilevamento geologico, condotti con un livello di dettaglio adeguato all’estensione e alla complessità dell’area di studio, sono essenziali per comprendere il quadro del territorio che ci troviamo davanti. E’ importante analizzare dalla chimica alle forme del paesaggio, e soprattutto come tutti gli elementi che possiamo osservare hanno lavorato insieme. Questo tipo di lavoro chiede molto tempo e collaborazione spesso di diversi enti, soprattutto se si tratta di aree particolarmente estese e complesse.

La RV Kronprins Haakon. Credit: Daniel Albert (SINTEF)

Grazie a queste prime analisi è possibile comprendere dove approfondire determinati aspetti: ad esempio, dove effettuare carotaggi per vedere l’interno del terreno. È proprio questo che permette l’estrazione degli idrocarburi: l’esplorazione. Una fase fondamentale, che stabilisce le sorti e il futuro dei progetti estrattivi in tutto il mondo. La fase esplorativa non coinvolge dunque un solo aspetto teorico, seppur essenziale: qualora questo risulti promettente, la svolta pratica è necessaria per accertare la reale presenza di un possibile reservoir, “riserva” di combustibili fossili.

Successivamente all’iniziale proprietà congiunta da parte del Governo autonomo della Groenlandia e dello Stato danese, la Groenlandia riuscì ad ottenere piena proprietà della compagnia nazionale, NUNAOIL, nel 2009, grazie all’istituzione dell’autogoverno. Nelle fasi iniziali, NUNAOIL si occupò sia di esplorazione di idrocarburi sia di attività minerarie. Per la prima volta, si testimoniò uno sviluppo interamente groenlandese di un livello di ricerca particolarmente avanzato, dove si lavorava su programmi di acquisizione sismica, rilievi magnetici e molti altri progetti altamente specializzati, oltre che alla sistematica gestione di licenze. Tuttavia, la compagnia risulta ad oggi sostanzialmente dormiente.

Durante innumerevoli successivi tentativi, anche da parte di enti internazionali, di investire sull’esplorazione e possibile commercializzazione di idrocarburi in Groenlandia, si affrontarono svariati ostacoli che portarono ad un cambiamento radicale di scenario. Dal rischio esplorativo, costi estremamente alti dovuti da problematiche logistiche e infrastrutturali, nonché vincoli ambientali e sociali di grande rilievo. Nel 2021 il Governo groenlandese (Naalakkersuisut) ha quindi deciso di interrompere il rilascio di nuove licenze per l’esplorazione di petrolio e gas in Groenlandia. Oggi, a distanza di un decennio dal momento di “massimo entusiasmo”, l’industria petrolifera ha, quantomeno momentaneamente, cessato le attenzioni nei confronti dell’isola.

Le cinque regole dell’oro nero

Abbiamo menzionato enti che scrivono la storia, seppur breve, dell’esplorazione petrolifera groenlandese. Abbiamo anche avuto un assaggio di quanto sta dietro ad una piccola parte dell’immenso sistema che si occupa degli idrocarburi: come e perché si svolgono le perforazioni, e come i sondaggi differiscano dai pozzi estrattivi commerciali. Tuttavia, dietro l’upstream e il downstream, cioè la fase di esplorazione ed estrazione e quella di commercializzazione, si trovano un intricato complesso di leggi. In questo caso, oltre ad un quadro legislativo internazionale e nazionale dedicato agli idrocarburi, assumono un ruolo centrale le leggi della natura. Quest’ultima ha creato cinque pilastri fondamentali per la scoperta dei giacimenti di oro nero: se va a mancare anche solo uno di questi, l’intero sistema non prende vita.

Casablanca Oil Rig (2008), ESA, WISE Team

La roccia madre, “source rock”, è il sito d’innesco del sistema. Si tratta di una successione di rocce sedimentarie contenenti alte concentrazioni di materia organica, in grado di generare ed espellere quantità di idrocarburi sufficienti. E’ essenziale sottolineare come il carico litostatico giochi un ruolo fondamentale in questo sistema: il “seppellimento” porta infatti pressioni e temperature favorevoli.

Il “reservoir”, componente il cui termine è forse il più noto all’ampio pubblico, è il serbatoio. Questo è costituito da rocce dalla porosità e permeabilità elevata, come delle spugne in grado di immagazzinare e trasmettere fluidi. La roccia di copertura, “seal”, ha invece caratteristiche opposte al serbatoio, così da potersi assicurare che non avvenga migrazione verticale e laterale degli idrocarburi. È infatti importante sottolineare come questi siano molto leggeri, caratteristica alla base del loro processo estrattivo: tendono verso l’alto. Il seal deve dunque contenere, grazie alla sua bassa permeabilità.

Source Rock, Reservoir e Seal sono i tre elementi materiali essenziali per la formazione di un giacimento. Tuttavia, si rivelano fondamentali altre due caratteristiche più legate alla morfologia e proprietà dei mezzi attraverso cui gli idrocarburi possono passare. Il caricamento (“charge”) descrive la connessione tra roccia madre e reservoir che permette la migrazione. La trappola (“trap”) è invece una condizione strutturale o stratigrafica che permette il funzionamento del sistema reservoir-seal, grazie alla quale è possibile l’accumulo degli idrocarburi.

Le culle del carbon-fossile

Carta geologica della Groenlandia con potenziali bacini d’interesse (Henriksen, 2008; Christiansen, 2021)

La Groenlandia, come spesso riportato dai media, è l’isola più grande del mondo ed è caratterizzata da una vasta copertura glaciale, con ghiacciai e calotte che raggiungono spessori di diversi chilometri. Lo scenario dell’entroterra risulta contrapposto a quanto si osserva lungo le coste: prive di ghiaccio, rivelano rocce molto antiche, che presentano caratteristiche di grande interesse.

In queste aree è possibile osservare numerosi bacini sedimentari, ovvero zone in cui si sono accumulati sedimenti nel corso di lunghissimi periodi della storia della Terra. Sono proprio questi ambienti ad essere i più favorevoli per la formazione di idrocarburi. Le successioni sedimentarie presenti in Groenlandia comprendono strati di roccia depositati nel corso della storia del nostro Pianeta, con età che possono risalire fino al Proterozoico, circa 3.800 milioni di anni fa.

L’esplorazione degli idrocarburi si è principalmente concentrata nei bacini offshore, lontani dalla costa, in particolar modo in prossimità della Baia di Baffin e nella zona nord-orientale. E’ proprio qui, a nord-est dell’isola, che un gruppo di ricerca composto da accademici di diversi atenei quali Aarhus e UiT (Tromsø), ha scoperto grandi quantità di gas e petrolio “in fuga” dal fondale. Questo fenomeno trova spiegazione nelle caratteristiche strutturali del sistema petrolifero: elementi quali faglie, grandi fratture nella roccia, possono infatti giocare a favore del contenimento degli idrocarburi, così come facilitarne la fuoriuscita.

Elena Ciavarelli

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Elena Ciavarelli

Sono una studentessa del corso triennale di Scienze Geologiche presso l’Università Statale di Milano. La mia passione per l’Artico nasce dalla natura e dallo studio delle lingue scandinave

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