Groenlandia

Il futuro della NATO passa per Nuuk

Tra retorica securitaria, minacce di annessione degli Stati Uniti e reazioni europee, la Groenlandia diventa il nuovo epicentro della frattura interna all’Alleanza Atlantica.

Alta tensione fra Washington e Copenaghen

A pochi giorni dall’operazione militare in Venezuela, Donald Trump è tornato a parlare della Groenlandia, ribadendo la necessità degli Stati Uniti di acquisire l’isola per ragioni di sicurezza nazionale. Riepiloghiamo brevemente quanto accaduto.

La scorsa domenica, mentre si trovava a bordo dell’Air Force One, il presidente ha affermato che Washington ha bisogno del territorio autonomo per “motivi strategici”, sia per la sua posizione che per le risorse minerarie presenti, sostenendo che attorno all’isola “pullulino navi russe e cinesi” nell’impotenza della Danimarca. Il ministro degli esteri danese ha prontamente provato a smentire la vicenda: “L’immagine che viene dipinta di navi russe e cinesi proprio all’interno del fiordo di Nuuk e di ingenti investimenti cinesi non è corretta”, ha affermato Lars Løkken Rasmussen.  

Lars Løkke Rasmussen e Donald Trump lo scorso giugno al Summit NATO de L’Aja

Le parole di Trump, specialmente dopo la spettacolare operazione venezuelana, hanno messo in allarme Nuuk e Copenaghen, suscitando una dura reazione da parte della Danimarca: la prima ministra Mette Frederiksen ha affermato che la pressione statunitense per il controllo dell’isola è “inaccettabile”, oltre a costituire “un attacco irragionevole alla comunità internazionale”. Frederiksen ha poi aggiunto che un eventuale attacco segnerebbe la fine della NATO nonché di tutto il sistema di sicurezza creatosi con la fine della Seconda guerra mondiale. Per la premier, l’UE deve prendere sul serio le minacce americane, ricordando che “la Groenlandia ha ripetutamente affermato che non vuole essere parte degli Stati Uniti”. 

Non solo Trump

Un botta e risposta dai toni mai visti, in particolare fra storici alleati, che si sta sviluppando ancora in queste ore. E a preoccupare le capitali europee non è solo Trump, ma anche il suo entourage. Dopo le dichiarazioni di domenica scorsa, è stata diffusa un’intervista della CNN a Stephen Miller, uno dei consiglieri più vicini al presidente americano, nella quale dichiara apertamente che la Groenlandia appartiene di diritto agli Stati Uniti e che nessuno si opporrebbe a un’eventuale operazione militare per assicurarsene il controllo. A peggiorare la situazione è arrivato un post su X della moglie, Katie Miller, dove si vede una mappa della Groenlandia coperta da una bandiera a stelle e strisce, accompagnata dalla scritta “soon” (presto, ndr).

Per tentare di placare i bollenti spiriti, Copenaghen ha ricordato alla controparte americana di avere già un ampio diritto di accesso sul territorio groenlandese, compresa una base militare, e che parlare di annessione rimane fuori luogo. Alcuni diplomatici europei temono che la strategia della Casa Bianca possa cambiare, passando da una pressione diretta ai danesi a una più mirata sul governo locale, per arrivare a un accordo che tagli fuori la Danimarca.

Proprio dalla Groenlandia, però, è arrivata inizialmente una delle dichiarazioni più dure nei confronti dell’amministrazione statunitense. Il primo ministro dell’isola, Jens-Frederik Nielsen, ha detto che “quando è troppo, è troppo” e che la retorica di Trump è “assolutamente inaccettabile”, invitando gli USA ad abbandonare qualsiasi “fantasia di annessione” senza interpellare i cittadini di Kalaallit Nunaat

L’Europa corre ai ripari

Subito dopo le dichiarazioni di Trump, i leader UE si sono affrettati a sostenere la Danimarca, ribadendo la sovranità del Paese e il diritto del popolo groenlandese. “La Groenlandia appartiene al suo popolo”, si legge in un comunicato congiunto fra i principali Paesi europei, affermando che “la sicurezza artica rimane una priorità chiave per l’Europa e per la sicurezza internazionale, e transatlantica”. 

Sembra, inoltre, che alcuni Paesi abbiano deciso di andare oltre alla dichiarazioni di sostegno e di cooperare per un’eventuale risposta concreta. Mercoledì, il ministro degli esteri francese, Jean-Noël Barrot, ha rivelato che Parigi sta lavorando con i propri partner a un piano su come reagire in caso di azione americana, sottolineando che l’argomento sarebbe stato sollevato anche nel corso di un incontro con gli omologhi tedeschi e polacchi. “Vogliamo agire, ma vogliamo farlo insieme ai nostri partner europei”, ha detto alla radio France Inter. La Francia, quindi, sostiene di lavorare a “ritorsioni” contro ogni forma di intimidazione, “qualunque sia la sua origine”.

Parallelamente, una fonte del governo tedesco ha confermato le indiscrezioni francesi su una risposta europea alle minacce statunitensi. Ma un alto funzionario europeo, che ha voluto parlare in forma anonima, ha ammesso che “i danesi devono ancora comunicare ai loro alleati europei che tipo di supporto concreto desiderano ricevere”. 

Marines statunitensi vicino a un veicolo trasporto truppe cingolato Bv-206 nei pressi di Alta, in Norvegia, durante l’esercitazione Nordic Response 24. Foto: NATO

Infine, sembra che il primo ministro britannico, Keir Starmer, stia tenendo una serie di colloqui con gli alleati europei per un dispiegamento di truppe in Groenlandia, nell’ambito di una missione di sicurezza che contrasti le influenze russi e cinesi, per tentare di convincere l’amministrazione statunitense ad abbandonare le proprie ambizioni. Secondo The Telegraph, i militari britannici e quelli europei, in particolare Francia e Germania, starebbero lavorando a dei piani preliminari per una missione alleata che includa aerei, navi e truppe sul suolo groenlandese. Le opzioni al vaglio sono numerose, si parla di dispiegamento di forze permanenti, di esercitazioni militari temporanee e di cooperazione in materia di intelligence. Fonti governative citate dal quotidiano inglese affermano che Starmer ha preso la minaccia nella regione artica “estremamente sul serio” e che “la crescente aggressività russa debba essere scoraggiata e la sicurezza euro-atlantica rafforzata”.

A unirsi a un simile coro, ieri sera, è stato il Ministro della Difesa belga Theo Francken che ha auspicato il lancio di un’operazione militare congiunta della NATO in Artico sul modello di Eastern e Baltic Sentry. Nella pratica, un dispiegamento permanente di forze militari e tecnologie di monitoraggio in un’ottica di deterrenza, per tranquillizzare Washington sulle ingerenze russe e cinesi nell’Atlantico settentrionale.

La resa dei conti

Ci troviamo di fronte a un momento storico senza precedenti recenti: mai prima d’ora Washington aveva assunto un atteggiamento così aggressivo nei confronti di un proprio alleato storico, arrivando a minacciare l’intervento militare. Tuttavia, è bene ricordare che l’interesse nei confronti della Groenlandia c’è sempre stato e che le recenti pressioni americane non sono un fatto circoscritto: al contrario, rientrano in un interesse di lunga data di cui il tycoon non aveva mai fatto mistero: già nel 2019 Trump aveva parlato di “acquistare la Groenlandia”, ma fino ad oggi nessuno aveva preso queste dichiarazioni con la dovuta serietà, considerandole piuttosto come manifestazioni dello stile “eccentrico” del Presidente americano. Ma dopo la cattura di Maduro a Caracas, tutti sembrano aver cominciato a prendere davvero seriamente le uscite di Trump.

L’ultima, appena ieri sera, dice di più sulle bramosie statunitensi sulla grande isola artica: dopo aver specificato che il limite all’esercizio del proprio potere è regolato “dalla sua moralità” piuttosto che dal diritto internazionale, Trump ha dichiarato al New York Times che potrebbe dover scegliere fra l’annessione della Groenlandia e la sopravvivenza della NATO. “La Russia non è affatto preoccupata dalla Nato se non per quanto riguarda noi. La Cina nemmeno”, ha aggiunto Trump, rilanciando la stilettata al cuore degli alleati europei: “L’Europa sta diventando un luogo molto diverso, e devono davvero darsi una regolata. Voglio che si diano una regolata”.

Il momento è decisivo, con poste in gioco che vanno oltre la questione immediata del futuro della Groenlandia” ha dichiarato la premier danese. Insomma, i toni sono davvero da resa dei conti. E forse proprio i conti sono il vero punto della questione groenlandese.

La Groenlandia a stelle e strisce?

Le bordate di Trump all’Europa svelano l’insofferenza di lunga data verso gli alleati accusati di spendere troppo poco per la propria sicurezza, una traiettoria impersonata da Trump ma ben radicata negli apparati della superpotenza nord-americana. E adesso, in questo 2026 iniziato con l’azione militare in Venezuela, sembra davvero che il messaggio di Trump sia questo: le etichette sono abolite, i muri della diplomazia sono caduti, è tempo di dirsi le cose con franchezza. E agire di conseguenza.

Frederiksen si prepara a incontrare il segretario di stato, Marco Rubio, che cerca di distendere la tensione con gli alleati, affermando di voler percorrere la via negoziale e che per gli USA sarebbe meglio acquistare l’isola piuttosto che occuparla. Si parla persino di pagamenti una tantum ai cittadini groenlandesi per convincerli ad accettare l’annessione agli Stati Uniti d’America. Resta improbabile, infatti, che gli USA intraprendano un’azione militare vera e propria, ma Copenaghen si trova sotto una forte pressione e le minacce rappresentano un’ulteriore leva negoziale per l’Amministrazione americana. Resta da vedere quanto dei toni così incendiari possano giovare o meno alla causa.

Le critiche, infatti, piovono anche internamente e non solo dagli europei: una dichiarazione congiunta di 14 ex alti funzionari di amministrazioni democratiche e repubblicane, tra cui 3 ex direttori del Consiglio di sicurezza nazionale, afferma che “Lungi dal rafforzare la sicurezza degli Stati Uniti, minacciare la conquista della Groenlandia non fa che indebolire la solidarietà dell’Alleanza, minare la credibilità americana come alleato fidato e diminuire la deterrenza”, invitando l’Amministrazione ad “affrontare le legittime preoccupazioni per la sicurezza all’interno della NATO, non unilateralmente”. La dichiarazione è stata anche diffusa dall’Ambasciata della Groenlandia negli Stati Uniti.

Marco Rubio la scorsa settimana ha annunciato l’incontro con i danesi in questi giorni.

Sulla questione sarà determinante l’atteggiamento europeo: se gli alleati della Danimarca sapranno mostrarsi uniti, forse sarà possibile contenere le mire americane attraverso garanzie di sicurezza, pagate dagli europei. Ma il prezzo politico di questa vicenda potrebbe essere ben più alto, con una frattura nei rapporti transatlantici che ridisegnerebbe gli equilibri dell’ormai fragilissima NATO, o segnarne addirittura la fine come evocato da Trump stesso.

Tutti, a ogni modo, si pongono la stessa domanda: vedremo davvero una Groenlandia a stelle e strisce?

Niccolò Radice Fossati

Enrico Peschiera

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Nicolò Radice Fossati

Classe 2004, studio Scienze internazionali e Istituzioni europee presso La Statale di Milano, ma nel tempo libero mi occupo anche di lingua e cultura russa. Mi interessa tutto ciò che riguarda la Politica estera di Mosca, soprattutto nella Regione artica e credo che comprendere il mondo sia comprendere la Russia stessa.

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