In collaborazione con il quotidiano groenlandese Sermitsiaq, pubblichiamo una serie di lettere indirizzate a Donald Trump dai cittadini groenlandesi (o come è giusto dire: di Kalaallit Nunaat). Ulloriaq Kristian Lennert, 26 anni, architetto: “Temo che la storia si ripeta, solo in un’altra lingua”
Come è ormai noto, Groenlandia significa “terra verde”. Dal 1979, però, con l’istituzione della Home Rule e l’aumento di autonomia, gli Inuit Kalaallit hanno scelto un’altra denominazione ufficiale per la propria terra: Kalaallit Nunaat, “la terra dei Kalaallit”. Tra questi due nomi non c’è solo una differenza linguistica, ma soprattutto una differenza di prospettiva. Il primo termine deriva da uno sguardo esterno che descrive una superficie; il secondo, con uno sguardo dall’interno, racconta le relazioni tra una terra e il suo popolo.
Nella lettera che segue – parte della nostra breve serie in collaborazione con il quotidiano groenlandese Sermitsiaq – Ulloriaq, architetto groenlandese di 26 anni, racconta il contrasto tra la rappresentazione occidentale dell’isola come frontiera ricca di risorse dal potenziale inespresso e quella indigena, che identifica invece questo territorio come luogo d’appartenenza dei Groenlandesi, i Kalaallit.
A partire dal 1721, la storia del popolo Kalaallit si intreccia con quella danese. La storia coloniale sull’isola ha comportato, da un lato, dinamiche di sfruttamento delle risorse – dai minerali nel suo sottosuolo alla fauna delle sue acque – e, dall’altro, processi di rieducazione e assimilazione culturale, fondati sull’idea che la cultura danese potesse sollevare il popolo indigeno da una condizione di miseria materiale e spirituale. Attraverso un processo di cristianizzazione prima e di modernizzazione poi, il potere coloniale ha causato delle trasformazioni radicali e traumatiche le cui conseguenze sono ancora visibili.
In questa lettera Ulloriaq ricorda che il suo popolo ha già pagato per le “buone intenzioni” esterne e auspica che “il mondo inizi ad ascoltare di più e a parlare meno” al loro posto.
In risposta alla recente attenzione mediatica internazionale spesso ridotta alla domanda “vi sentite più danesi o americani?”, l’architetto di Nuuk sposta lo sguardo. Il punto non è soltanto scegliere tra un potere esterno o un altro, ma la normalizzazione di un linguaggio dal sapore coloniale che tratta territori abitati come spazi negoziabili: una politica che mette in secondo piano le sovranità indigene in nome dell’interesse nazionale delle grandi potenze.
Il monito espresso in questa lettera trova origine nelle dichiarazioni di gennaio sulla Groenlandia da parte dell’amministrazione statunitense, ma oggi risuona fortemente nella visione espressa il 14 febbraio scorso dal Segretario di Stato Marco Rubio.
Nel suo intervento alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, Rubio ha parlato della necessità di rifiutare il “declino” dell’Occidente, di avanzare verso “nuove frontiere” e di assicurare il controllo sulle catene di approvvigionamento strategiche, incluse quelle legate ai minerali critici. In questa cornice, si consolida l’idea di Artico come spazio di competizione strategica dal potenziale inespresso – esattamente il tipo di linguaggio che Ulloriaq mette in discussione.
A Trump,
Mi chiamo Ulloriaq, ho 26 anni, sono nato a Sisimiut e lavoro come architetto a Nuuk.
Ti scrivo da un luogo che per me è tutto il mio mondo. È qui che sono le mie relazioni. Qui abitano i miei ricordi. Ed è qui che cerco di vivere una vita e contribuire a un futuro che abbia senso per me e per il mio Paese.
Quando sento le tue dichiarazioni secondo cui Kalaallit Nunaat può essere comprata, rilevata o “presa”, come se fosse un pezzo di terra vuoto, mi colpisce profondamente.
Kalaallit Nunaat non è vuota. È una terra piena di ricordi, cultura, lingua, relazioni e di un popolo che, ancora e ancora, ha dimostrato una forte capacità di resistere e rialzarsi. Un luogo con una storia già segnata da decisioni coloniali prese lontano da coloro che dovevano viverne le conseguenze.
Portiamo ancora le tracce di quel tempo, tracce di decisioni in cui altri credevano di sapere meglio di noi come avremmo dovuto vivere.
Quando parli di Kalaallit Nunaat come di una pedina strategica, lo fai con la stessa logica con cui conviviamo da generazioni: che la nostra terra sia interessante soprattutto per ciò che può offrire, non per chi ci vive.
Ma Kalaallit Nunaat non è solo risorse, basi militari o geopolitica. È casa. È comunità. È una relazione tra persone e terra che non può essere misurata in denaro o potere.
Spero che quest’anno Kalaallit Nunaat possa definire in misura maggiore il proprio futuro. Senza essere ridotta a un oggetto nel gioco delle grandi potenze. Spero che il mondo inizi ad ascoltare di più e a parlare meno al nostro posto. Che il rispetto venga prima dell’ambizione. Questo lo dovete — tutte le nazioni che hanno oppresso popoli indigeni e altri gruppi le cui voci sono state messe da parte.
Ma temo anche qualcosa. Temo che le tue parole – e il modo in cui vengono ripetute – contribuiscano a normalizzare l’idea che i popoli indigeni e le piccole nazioni possano ancora essere ignorati, se l’interesse è abbastanza grande. Che la storia si ripeta, solo in un’altra lingua.
Kalaallit Nunaat ha già pagato, e paga ancora, per le “buone intenzioni” altrui. Non ne abbiamo bisogno di altre.
Saluti,
Ulloriaq Kristian Lennert
Osservatorio Artico ringrazia Masaana Egede – direttore di Sermitsiaq – e la giornalista Birgitte Kjeldsen, ideatrice di questa iniziativa editoriale sul quotidiano groenlandese, per averne autorizzato la ripubblicazione sul nostro sito.
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