Kutuk river, 2025. Fonte: Copernicus Sentinel-2
Il cambiamento climatico provoca la fusione del permafrost, che rilascia metalli e ferro nei bacini fluviali, colorandoli di arancione. Succede in Alaska, ma riguarda tutto l’Artico.
Questa è una storia che comincia alcuni anni fa, nell’estate del 2019. L’ecologista Paddy Sullivan sorvolava le valli del Brooks Range, nel nord dell’Alaska, assieme ad un piccolo team di scienziati. La destinazione era il fiume Salmon, dove il gruppo avrebbe dovuto studiare il repentino avanzamento degli alberi in uno spazio da sempre ricoperto dalla tundra.
Abbassando lo sguardo, Sullivan si trovò catapultato in un ambiente profondamente lontano dalle sue aspettative: il fiume si mostrava insolitamente torbido, aranciato, al lato del quale si muovevano orsi emaciati. Nel chiedersi se quello cui stava assistendo non fosse il progressivo collasso di un ecosistema, lo scienziato iniziò, in un viaggio successivo, a recuperare campioni dal fiume Salmon, per presto rendersi conto che l’anomalia si estendeva ben al di là del suoi confini.
Successivamente a questi sforzi, nel 2024 uno studio di ricerca riassunse i dati collezionati fino a quel momento, riscontrando livelli elevati di metalli pesanti come cadmio, zinco, nickel, e di ferro in oltre 75 fiumi dell’Alaska. Sembra, per altro, essere proprio il ferro responsabile del cambio di sfumatura delle loro acque. Successivamente, valori simili furono riscontrati in circa 200 fiumi e corsi d’acqua minori di tutta la regione.
Questo fenomeno, ben visibile anche dalle immagini satellitari, è stato definito “arrugginimento dei fiumi” e il colpevole è da ricercarsi nella fusione del permafrost causata dall’aumento delle temperature locali. Le rocce del permafrost, infatti, sono ricche di solfuri, che vengono esposte all’azione degli agenti atmosferici o dei microbi, che rilasciano i metalli in esse contenuti.
I fiumi artici ricoprono un ruolo fondamentale nell’ecosistema regionale, ospitando svariate specie di pesci che fungono da fonte di sostentamento, pesca commerciale, oltre che ad assumere un valore culturale. Mentre altri aspetti del riscaldamento globale stanno già modificando l’ecosistema marino locale, l’arrugginimento dei fiumi non può che peggiorare le cose.
Oltre al colore, i metalli pesanti e il ferro modificano l’acidità delle acque (abbassano il ph), ne degradano la qualità e si bioaccumulano nella catena alimentare, impattando pesci e altri invertebrati che le abitano. La progressiva decolorazione del fiume Akillik, per esempio, è coincisa con la perdita di due specie di pesci e una brusca diminuzione della biodiversità che abitava i fondali marini.
La degradazione della qualità dell’acqua ha anche un impatto sulle comunità rurali, che vedono ridotte le loro forniture domestiche. Alcuni fiumi, per esempio, hanno superato i valori di metalli consentiti dall’agenzia per la protezione ambientale statunitense (EPA) o quelli previsti dall’organizzazione mondiale della sanità (WHO), cosa che ha richiesto ulteriori misure di filtrazione acquifera.
Come ci ricorda il giornalista Alec Luhn, che ha elaborato un dettagliatissimo riassunto di questo fenomeno, il permafrost è diventato un inquinatore più grande delle miniere abbandonate, notoriamente responsabili del rilascio di metalli solfuri. E molti scienziati si chiedono se non molto si possa fare per ripulire il problema.
Chiara Ciscato
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