Cos’è l’artico

Anche se alle latitudini italiane la “questione artica” è sottovalutata rispetto ad altri più pressanti impegni, come il Mediterraneo e il Medio Oriente per ovvie ragioni strategiche, in altri stati come la Danimarca si riflette anche in chiave di Difesa sulle conseguenze delle nuove possibilità che si schiudono dopo secoli di ghiaccio su una porzione così vasta di territorio del pianeta.

Si stima che la copertura di ghiaccio nell’Oceano Artico si sia ridotta di circa il 50% negli ultimi quarant’anni, con immense implicazioni per l’ambiente e per le popolazioni native.
Non si tratta di evidenziare solamente il pericolo ambientale dello scioglimento dei ghiacci, effetto conseguente dell’innalzamento delle temperature, e causa dell’innalzamento dei mari, che già di per sé sarebbe un argomento centrale per la politica internazionale: si tratta, invece, di allargare questa visione di “effetti domino” sulla sicurezza di una regione immensa per dimensioni e per capacità di sviluppo, che riguarda tutta l’Unione Europea.

Nella regione abitano popolazioni autoctone, che contano circa 3,5 milioni di persone. Artide e Antartide sono caratterizzati da un regime di “internazionalità”, impedendo agli Stati di occuparsene solo in via unilaterale, ma, tra le differenze più sostanziali, vi è il Trattato di Washington del 1961, che regola la regione del Polo Sud, mentre non esiste una regolamentazione internazionale per l’Artico.

Nel 1991, con il “Processo di Rovaniemi”, fu costruito un primo pilastro per la cooperazione sul tema della protezione ambientale, sfociato poi nella costituzione del Consiglio Artico nel 1996. Ad oggi, l’unico riferimento normativo da considerare nelle vicende artiche è la Convenzione dell’ONU sul Diritto del Mare del 1982 (UNCLOS).

L’American Geological Survey stima che sul fondo dell’Oceano Artico siano conservate riserve di petrolio e gas naturale pari al 25% delle attuali riserve mondiali. 1 Inoltre sono presenti, così come in Groenlandia, metalli e minerali come Antimonio, Berillio, Gallio, Magnesio, Tungsteno, Zinco, Cromo, Titanio e Uranio in quantità tali da attirare l’attenzione delle grandi multinazionali minerarie.