Dal tweet al meme di Stato: anche la viralità sui social è uno strumento di dominio nella nuova fase dell’America trumpiana.
Il rinnovato imperialismo degli Stati Uniti sta riempiendo le prime pagine di tutto il mondo. Ogni giorno ci svegliamo con nuove dichiarazioni, nuovi sviluppi e nuove mosse di Donald Trump e della sua amministrazione sullo scacchiere geopolitico mondiale. E sembra che non ci sia scampo per nessuno: dal Venezuela alla Groenlandia, passando per gli avvenimenti interni a tanti degli Stati federali che compongono gli Stati Uniti, ogni giorno le dichiarazioni del presidente statunitense diventano virali, e non risparmiano colpi.
Post da migliaia di caratteri, con le caratteristiche Parole Capitalizzate o le FRASI GRIDATE IN MAIUSCOLO, enfatizzate dall’abuso di punti esclamativi, sembrano non essere più sufficienti a diffondere il Messaggio del Presidente!!!
Oggi, infatti, c’è un modo ancora più efficace per trasmettere i propri messaggi: l’utilizzo dei meme. Nell’era dell’uso e abuso dell’intelligenza artificiale per creare contenuti sempre nuovi e accattivanti, poteva forse l’amministrazione Trump privarsene? Ed ecco apparire post sulle piattaforme di social media che ironizzano su questo o quell’evento di rilevanza nazionale e internazionale tramite la pubblicazione di meme online, spesso e volentieri generati artificialmente.
Pubblicati non solo da utenti qualunque, che siano essi reali o bot automatizzati, o ancora trolls (trovate un glossario molto interessante per comprenderne le differenze sul sito di EUDisinfoLab, organizzazione no-profit che raccoglie conoscenze e expertise sul fenomeno della disinformazione in Europa), ma dai profili ufficiali della Casa Bianca, del Dipartimento di Sicurezza Nazionale e di membri dell’amministrazione stessa, quando non direttamente dal POTUS.
L’attacco al Venezuela e la cattura di Maduro? “F*ck Around and Find Out”, posta la Casa Bianca su Instagram, ma anche video clip come quella postata da Trump su Truth Social.
Il dibattito sull’immigrazione e le deportazioni dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE)? “The peace of a nation no longer besieged by the third world”, Dipartimento di Sicurezza Nazionale, @dhsgov su instagram.
L’utilizzo dei meme garantisce risultati veloci e immediati, e questo tipo di messaggi semplifica l’argomentazione politica ad un livello immediatamente comprensibile per un determinato pubblico. Tuttavia, come spiega bene Tina Nguyen, su un pezzo per The Verge in cui intervista Lis Smith, communication strategist per il Partito Democratico statunitense, la specificità di questa tipologia di messaggio rischia di sortire l’effetto opposto, e cioè che gran parte del pubblico si ritrovi a non comprenderne il significato, oltre che a perderne il contesto. Ma, ancora più grave, la strategia dei meme porta ad una de-umanizzazione dei soggetti a cui fa riferimento.
“Se riduci queste questioni molto serie a meme crudeli e divertenti, finirai per allontanare molte persone che potrebbero essere d’accordo con te su una questione se l’avessi affrontata con un po’ più di maturità e umanità. Ma l’amministrazione sta dicendo: eliminate l’umanità, eliminate la maturità. Queste cose non contano. Perché un meme virale, divertente o crudele che sia, probabilmente si diffonderà più velocemente di qualsiasi cosa con sfumature. Stanno dando la priorità alla velocità e alla viralità rispetto alle sfumature e alla serietà”. Lis Smith, The Verge.
L’uso spropositato di meme rientra nella strategia comunicativa che viene definita come “risposta rapida” (rapid response), cioè il cercare di plasmare rapidamente la narrativa politica di un evento di cronaca contemporanea, spesso nel giro di pochi cruciali minuti, prima che siano i media e i tuoi avversari a farlo al posto tuo.
E l’atteggiamento di Trump e della sua amministrazione nei confronti della Groenlandia di questo inizio di 2026 ha continuato questo vero e proprio trend.
Già il 3 gennaio, infatti, dopo nemmeno 24 ore dalla cattura di Maduro in Venezuela, Katie Miller – ex Consigliera della Casa Bianca e moglie dell’attuale Consigliere Stephen Miller – ha postato su X una foto di una mappa della Groenlandia ricoperta dalla bandiera degli USA, accompagnata dalla laconica caption “SOON”.
Un simile messaggio è stato postato proprio dal profilo ufficiale della Casa Bianca, questa volta su Instagram: un’immagine mostra Trump mentre si affaccia ad una finestra, a cui è stata sovrapposta la mappa satellitare della Groenlandia.
Un post che ha suscitato molta discussione negli ambienti digitali è stato pubblicato pochi giorni fa sempre dalla Casa Bianca su X: l’immagine, in risposta ad un messaggio del Presidente preso da Truth, raffigura un bivio, accompagnato dalla caption “da che parte, uomo groenlandese?”, che mostra la presunta scelta di due slitte – trainate da cani e battenti bandiera groenlandese – tra un giorno di sole sotto il governo degli Stati Uniti o un cielo in tempesta sotto le bandiere cinese e russa.
Il tutto postato sulla piattaforma mentre il ministro degli Esteri danese Lars Løkke Rasmussen e la sua omologa groenlandese Vivian Motzfeldt incontravano il vicepresidente statunitense J.D. Vance e il segretario di Stato Marco Rubio, il 14 gennaio scorso. E se il linguaggio scelto può sembrare casuale, secondo Heidi Beirich – co-fondatrice del Global Project Against Hate and Extremism – non è affatto così: il linguaggio si rifarebbe ad un concetto chiave nella sottocultura neonazista e suprematista bianca.
“Uomo occidentale” è infatti un eufemismo per indicare l’uomo bianco, e uno dei libri razzisti più popolari in queste sottoculture è Which Way Western Man, a cui il post si ispira chiaramente.
Ogni giorno gli account presidenziali sono attivi su diverse piattaforme, per ribadire il proprio messaggio: noi vogliamo la Groenlandia, “quel grande e bellissimo pezzo di ghiaccio, è difficile definirlo terraferma” (come l’ha definita Donald Trump al Word Economic Forum di Davos. (Truth Social, @realDonaldTrump).
Nel frattempo, Nuuk scende in strada per ribadire “We are already Great” e, in un gioco di parole quasi poetico, “Make America Go Away, MAGA.
Giulia Prior
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